In alcuni pazienti certi indizi possono essere segnali di una malattia oncologica. Vi segnaliamo i più importanti, per non cadere nell’ansia ingiustificata.
Capita a tutti di manifestare sintomi, talvolta anche banali, ma che mettono in ansia: e se fosse una malattia grave? Pur senza voler dar spazio all’ipocondria, i medici si sono interrogati molto seriamente sul valore di determinati segni e sintomi, in particolare in ambito oncologico, con lo scopo di verificare se possono costituire dei campanelli d’allarme. “Dal momento che un tumore individuato precocemente è più facilmente curabile, quando non si hanno a disposizione sicuri strumenti di screening, cioè esami che consentano di individuare la malattia prima che compaiano i sintomi, bisogna basarsi su questi ultimi e saperli riconoscere il prima possibile” spiega Bruno Daniele, direttore della Struttura complessa di Oncologia medica dell’Ospedale Rummo di Benevento.
Valutati dalla scienza
Anche la ricerca ha tentato di dare una mano ai medici
e ai pazienti, valutando con studi retrospettivi il valore di determinate
manifestazioni, cioè andando a vedere quali segnali precoci
aveva dato la malattia in pazienti che si erano ammalati.
Recentemente la rivista British Medical Journal (BMJ) ha verificato
il significato di uno degli eventi che più spaventano le persone:
la perdita di sangue. Un gruppo di lavoro di Medicina generale del
Dipartimento di Salute pubblica di Londra ha infatti analizzato il
destino di oltre 760.000 pazienti di tutte le età che avevano
manifestato una perdita di sangue nelle urine (in gergo tecnico,
ematuria), dal retto o nelle secrezioni delle mucose (emottisi).
I risultati sono in parte inattesi: il rischio di ammalarsi di un
tumore alla vescica è più alto della norma
nei sei mesi che seguono la perdita di sangue nelle urine, ma solo
per i pazienti giovani (nei quali sono però
molto frequenti anche le infezioni), gli uomini di mezza età o
le donne anziane. Il sanguinamento rettale è
il più delle volte dovuto alla presenza di banali emorroidi,
ma è associato a un rischio aumentato di tumore del colon-retto
se la persona ha più di cinquant’anni, se ha familiarità per
la malattia o se è già portatrice di formazioni benigne,
come i polipi del colon. Contrariamente a quanto si pensa comunemente,
la perdita di sangue nelle secrezioni delle mucose non è
invece collegata al tumore polmonare, se non molto raramente. Molto
più facile che la piccola striatura rossa nel catarro sia
dovuta a una semplice infezione bronchiale.
Meglio ricorrere al medico
I medici londinesi hanno valutato anche il rischio
di cancro all’esofago legato alla disfagia, ovvero alla difficoltà
di deglutire, confermando quello che molti oncologi già
sanno, ovvero che è un sintomo che va sempre preso
seriamente in considerazione. “La disfagia è spesso
legata a un restringimento dell’esofago provocato da un tumore
e quindi è sempre bene fare una gastroscopia quando si manifesta” continua
Daniele. “Certamente può essere anche un sintomo di
una malattia infiammatoria, come un’esofagite o un reflusso
gastroesofageo, ma anche in questo caso vale la pena di fare l’esame
per escludere che vi sia sotto qualcosa di più grave”.
Dello stesso parere è lo studio del BMJ, che invita i pazienti
a non perdere tempo con rimedi della nonna o con farmaci antiacidi,
rivolgendosi al più presto al medico curante. “A
mio avviso anche un sanguinamento dal retto meriterebbe più attenzione
di quella che gli si presta di solito”
precisa Daniele. “Ovviamente si può essere ragionevolmente
sicuri che si tratta di banali emorroidi se il paziente è giovane,
ma dopo i cinquant’anni vale sempre la pena di indagare facendo
una colonscopia”. Un esame, questo, che è
comunque indicato come screening, ricorda Luigi Chieco Bianchi, professore
di Oncologia sperimentale presso l’Università di Padova. “Le
linee guida attuali suggeriscono di fare la ricerca del sangue occulto
nelle feci ogni anno dopo i cinquant’anni e di eseguire anche
una colonscopia se il test delle feci è positivo. Purtroppo,
però, sono ancora poche le persone che si sottopongono con
regolarità a questi esami importanti”.
Nella maggior parte dei casi, comunque, dietro ai sintomi si celano
solo malattie benigne, ma è opportuno che a decidere se gli
approfondimenti sono necessari sia un medico.
Con il senno di poi ...
“Molti studi hanno puntato a identificare i
sintomi di allarme con il cosiddetto criterio ‘ex-post’,
ovvero andando a vedere a posteriori, nelle persone già malate,
se nei mesi precedenti la diagnosi avevano già avuto qualche
disturbo e di che tipo” spiega Daniele. “In tal modo
sono stati identificati diversi segnali, ma tutti molto generici:
doloretti, mal di pancia, piccoli sanguinamenti, debolezza. Tutte
manifestazioni di malattie molto comuni ben prima di essere sintomi
di un possibile tumore. Ciò significa che non è possibile
(e nemmeno auspicabile) sottoporre chiunque manifesti questi piccoli
disturbi a esami invasivi e costosi, perché non vi sarebbe
alcun beneficio per la maggior parte di essi e, potenzialmente, il
rischio di un danno per molti, in primo luogo per l’eccesso
di medicalizzazione”.
I medici cercano quindi di circoscrivere i gruppi a rischio, ovvero
quelli in cui anche un sintomo molto comune e banale può nascondere
una malattia seria. “È il caso, per esempio, del sanguinamento
vaginale: in una donna giovane non viene nemmeno preso in considerazione,
perché fa parte della normale fisiologia dell’apparato
genitale. Se però compare in una donna già in menopausa
da tempo, molto anziana e magari anche obesa (un fattore di rischio
noto per il cancro dell’endometrio, ovvero del rivestimento
interno dell’utero), allora bisogna fare un’ecografia
e tutti gli esami per escludere la presenza del cancro”.
Spie nel sangue
Per battere la malattia si deve quindi continuare
a puntare sugli screening. E in futuro, oltre che sugli esami strumentali
(cioè nell’uso di macchinari come ecografie, TAC, risonanze
eccetera), si potrà contare anche sui più
semplici esami del sangue.
“Già oggi alcuni tumori, come quello della prostata,
possono essere identificati dalla presenza di alcune sostanze nel
sangue, chiamate per questa ragione marcatori”
spiega Chieco Bianchi. “Al momento attuale, però, la
maggior parte di questi marcatori è
risultata utile per valutare l’andamento della malattia più che
per fare diagnosi precoce. Si stanno quindi studiando nuovi esami,
nella speranza di trovare quelli giusti. Nel caso del cancro al colon,
per esempio, è in corso uno studio molto promettente che si
basa sulla misurazione nel sangue del paziente di un enzima, la telomerasi.
Siamo ancora alla fase sperimentale, ma i risultati sono interessanti”.
Nuove strategie
Il tumore all’ovaio è ancora oggi uno
dei più temibili, perché
spesso viene identificato quando la malattia è già avanzata.
Poiché non dà segni della sua presenza, la diagnosi
precoce è particolarmente complessa.
Nonostante ciò l’American Cancer Society (Società
americana di oncologia), la Gynecologic Cancer Foundation (Fondazione
per i cancri ginecologici) e la Society of Gynecologic Oncologists
(Società
dei ginecologi oncologi) hanno recentemente deciso di puntare il
dito su quattro sintomi che, pur essendo generici, sono quasi sempre
presenti nei mesi che precedono la diagnosi di carcinoma ovarico:
la sensazione continua di gonfiore all’addome, il dolore addominale
o pelvico, la mancanza di appetito unita a un senso di sazietà e
l’incontinenza urinaria. In presenza di questi sintomi, dicono
gli esperti d’oltreoceano, è il caso di fare
un’ecografia transvaginale.
E proprio questo esame potrebbe essere utilizzato come screening
annuale nelle donne anziane e in quelle più
giovani con familiarità, ovvero nelle categorie più a
rischio: lo afferma un gruppo di oncologi dell’Università del
Kentucky che ha pubblicato sulla rivista Cancer i risultati di un
progetto di screening su oltre 25.000 donne. L’esame annuale
ha consentito di individuare un buon numero di cancri dell’ovaio
nella fase precoce della malattia, aumentando le chance di sopravvivenza
a cinque anni delle malate di oltre il 20 per cento.
Prima di estendere questa raccomandazione a tutte le donne, però,
bisogna verificare se lo screening con ecografia riduce effettivamente
la mortalità per la malattia sul lungo periodo, e per questo
sono necessari nuovi studi.
Occhio alla bocca
C’è una forma di tumore che spesso può essere
identificata precocemente se solo ci si ferma a guardare: è il
cancro del cavo orale che si manifesta inizialmente con lesioni
curabili. Quando la mucosa delle guance, delle labbra o quella
che ricopre la gengiva è sede di piccole ulcere che non
guariscono, rigonfiamenti anche dolorosi o macchie bianche (le
cosiddette leucoplachie), è utile andare dal dentista e
far verificare la natura della lesione. Il più delle volte
si tratta di disturbi banali, come le afte, ma in alcuni casi ci
si può trovare davanti alla prima fase di un tumore del
cavo orale, guaribile senza troppi danni nella maggior parte dei
pazienti. A stare attenti devono essere soprattutto i fumatori
(non solo di sigarette), particolarmente a rischio sia per gli
effetti delle sostanze contenute nel tabacco sia per l’effetto
lesivo diretto del calore sulle mucose.