Diagnosi

Buone notizie dall'epidemiologia

La sopravvivenza dei malati di tumore in Italia è in aumento grazie agli screening e a cure più efficaci.

Buone notizie per gli italiani e, soprattutto, buone notizie per chi ha creduto nella ricerca scientifica: di tumore in Italia si muore sempre meno, anche se i casi sono, in numero assoluto, in aumento, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.

Lo dice una recente pubblicazione che raggruppa i dati di sopravvivenza dopo una diagnosi di cancro raccolti dall’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM). “Dalla metà degli anni Ottanta a oggi le curve di sopravvivenza per quasi tutti i tipi di tumore non fanno altro che salire” spiega Stefano Rosso, epidemiologo del Centro di prevenzione oncologica di Torino e curatore della pubblicazione. “Questo significa che chi si ammala ha buone possibilità di guarire o di vivere a lungo e che queste possibilità sono aumentate negli ultimi vent’anni”.

C’è una spiegazione per tutto ciò: da un lato funzionano bene i programmi di screening, che consentono di fare diagnosi precoci e di aggredire la malattia quando non ha ancora fatto danni irreparabili; dall’altro sono migliorate le cure, che oggi sono più efficaci e quindi consentono di vivere a lungo.

Non solo eccellenze

“A partire dal 1985, la sopravvivenza dei malati di cancro misurata a cinque anni di distanza dalla diagnosi è aumentata di 15 punti percentuale; ed è cresciuta del 6 per cento la sopravvivenza a dieci anni” afferma Rosso. “E la soddisfazione è ancora più grande se si pensa che questi risultati non si basano su dati raccolti solo negli istituti d’eccellenza, dove notoriamente i risultati sono migliori perché si seguono protocolli più innovativi, si utilizzano i trattamenti più efficaci e si selezionano i pazienti più idonei a ricevere quelle terapie, ma sono la fotografia di ciò che accade alla totalità dei malati di cancro nel nostro Paese, quindi anche a quelli curati nel piccolo ospedale di provincia”.

Non solo: l’Italia non ha nulla da invidiare agli altri Paesi europei, anche se può ancora migliorare se il confronto si fa con gli Stati Uniti. “Attenzione però: negli Stati Uniti si sopravvive di più anche perché si fanno più screening e più diagnosi precoci. Ma questo è un bene solo in alcuni tipi di tumore” chiarisce Rosso. “Le cifre vanno sempre lette con l’aiuto di un esperto.

Facciamo l’esempio del cancro della prostata. A leggere i dati italiani sembra che negli USA i malati vivano molto più a lungo, ma in realtà non è così. Negli USA si fanno molti test per il PSA, un esame che non è consigliato, dalle linee guida internazionali, come screening universale per il cancro della prostata ma che andrebbe riservato agli individui che hanno sintomi sospetti. Ebbene, con il PSA si scovano molti tumori della prostata in fase iniziale, tumori che probabilmente non daranno alcun fastidio alla persona, perché nella maggior parte dei casi sono a lentissima evoluzione. Poiché però la sopravvivenza di un individuo si comincia a contare dal momento in cui si scopre la malattia, il beneficio di cui godono gli americani è solo apparente, ma non incide sul numero reale di guarigioni o decessi”.

Un concetto difficile, che però è fondamentale per capire l’utilità degli studi di epidemiologia dei tumori: “In sostanza” spiega Rosso “è importante fare tutti i test di screening di provata efficacia, cioè quelli di cui si è dimostrato, con appositi studi, l’utilità nel diminuire la mortalità per una data malattia”. Per ora hanno superato tutti i livelli di valutazione (e sono stati quindi promossi) solo la mammografia dopo i 50 anni per il carcinoma del seno, il Pap test per il cancro della cervice e la ricerca del sangue occulto nelle feci per il cancro del colon.

A Sud poca prevenzione

È nel confronto interno, però, che saltano all’occhio le differenze maggiori: “Mentre Nord e Centro Italia hanno percentuali di sopravvivenza a cinque anni sovrapponibili, il Sud risulta indietro di dieci punti” afferma Rosso. “E i tumori sui quali la differenza è più marcata sono proprio quelli alla mammella, all’utero e al colon, il che significa che a Sud si fa ancora poca diagnosi precoce”. La difficoltà di accedere agli esami di screening può essere una spiegazione ma non è l’unica.

Negli ultimi anni, infatti, gli investimenti in tal senso nelle Regioni meridionali sono stati ingenti. “C’è anche un problema culturale e una scarsa abitudine a sottoporsi ai controlli. Bisognerebbe potenziare le campagne informative proprio nei posti dove le donne (ma anche gli uomini) sono meno abituate a fare prevenzione. Una parte della discrepanza, però, è anche da imputare alla qualità delle cure. Per questo l’attività dei Registri tumori è indispensabile per scegliere dove investire in salute”.

Andando a vedere cosa accade nelle singole forme tumorali, si scopre che a cinque anni dalla diagnosi di un tumore sono ancora in vita, in media, l’83 per cento delle donne con un cancro del seno, il 76 per cento di quelle con un tumore del corpo dell’utero, l’84 per cento di chi ha un melanoma e l’88 per cento dei malati di tumore del testicolo: cifre elevatissime, se si tiene conto del fatto che fino a non molti anni fa le percentuali erano ben diverse. E anche forme tumorali più aggressive, come i linfomi non Hodgkins, i tumori del colon e le leucemie hanno guadagnato, in meno di vent’anni, più di tre punti percentuale.

“Non bisogna però riposare sugli allori” conclude Rosso. “C’è ancora molto da fare sia dal punto di vista della ricerca scientifica sia per migliorare la qualità dell’assistenza ai malati e delle campagne di prevenzione. Il fatto che in altri Paesi siano un pochino più avanti di noi dimostra che c’è ancora un margine di miglioramento”.



Ultimo aggiornamento ottobre 2007




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