Oggi il tumore del colon-retto non spaventa più come in passato: merito dei progressi tecnici e di una maggiore attenzione al paziente
Il tumore del colon colpisce ogni anno in Italia circa 50 mila persone.
Eppure gli esperti sono ottimisti: grazie ai progressi nella diagnosi precoce, nella chirurgia e nella determinazione della prognosi, il numero di persone guarite è in continuo aumento.
“Se a questo si sommano i risultati positivi ottenuti con alcuni farmaci biologici, si capisce perchè si può essere ottimisti” afferma Ermanno Leo, direttore dell’Unità operativa di chirurgia del colonretto dell’Istituto nazionale tumori di Milano e fondatore dell’Associazione europea per la ricerca in chirurgia oncologica (ARECO) che ha recentemente organizzato nel capoluogo lombardo l’ottavo Simposio internazionale per
la chirurgia conservativa nei tumori del retto.
L’incontro ha coinvolto centinaia di chirurghi e oncologi da tutto il mondo e ha fatto il punto sulle ultime novità.
Le promesse del vaccino
“Oggi sappiamo tutto di questo tumore: come nasce, quali sono le caratteristiche delle forme precancerose (i
polipi intestinali) e quali i fattori che ne promuovono lo sviluppo” spiega Leo. “Ora si tratta di sfruttare queste conoscenze per bloccarne la progressione”.
Un tentativo interessante è stato fatto proprio all’Istituto nazionale tumori di Milano dove, grazie a una delle più ampie casistiche disponibili al mondo (circa 800 pazienti l’anno), è stato posibile mettere a punto un vaccino che agisce contro la survivina, una proteina che consente alle cellule tumorali di sopravvivere.
“Durante le sperimentazioni ci siamo accorti che i pazienti con un’attivazione maggiore del sistema immunitario guariscono e sopravvivono in percentuale maggiore degli altri, anche a parità di livello di malattia” continua Leo.
“Quindi con il vaccino stiamo tentando di stimolare proprio questa risposta immunitaria e nel contempo di bloccare la survivina, togliendo al tumore una delle forme di sostegno. La prima fase di sperimentazione ha dato risultati interessanti e ora stiamo per partire con la seconda”.
Sempre sul sistema immunitario punta anche lo studio, cofinanziato da A I R C , che sta conducendo Alberto Malesci, responsabile dell’Unità operativa di medicina generale-gastroenterologia dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano).
“Anche noi ci siamo accorti dell’importanza del sistema immunitario nel determinare la prognosi: andando a vedere a posteriori i tessuti asportati da un determinato paziente e conoscendo il destino della sua malattia, abbiamo capito che la presenza di cellule immunitarie all’interno del tumore è un indice favorevole. Significa che l’organismo ha reagito. Abbiamo anche scoperto che i tumori con queste caratteristiche danno meno metastasi, a parità di gravità apparente. Questo studio à stato condotto su pazienti con malattia allo stadio 2, cioè poco avanzata, per la quale si fa la chemioterapia nel 30-40 per cento dei casi soltanto.
Ora siamo pronti per andare a vedere la situazione immunitaria nel tessuto asportato chirurgicamente prima di decidere se quel paziente ha davvero bisogno di una chemio o se il suo rischio di metastasi è basso e quindi si può soprassedere.
Perchè fare la chemioterapia quando non serve è un errore, non farla quando invece è necessaria mette a rischio la
vita del malato”.
La ricerca di una spia attendibile
La chirurgia che tanto faceva paura fino a qualche anno fa ai malati di cancro del
colon – perchè consisteva nell’asportazione dell’organo e, spesso, nella necessità di una
stomia, cioè di una apertura dell’intestino sulla parete addominale per supplire all’asportazione
del retto – oggi è solo una delle possibili risorse e, grazie a diagnosi sempre più tempestive,
interessa, nella sua forma più demolitiva, non più del 10 per cento dei pazienti. Per tutti gli
altri, come hanno spiegato bene gli esperti riuniti al simposio milanese, ci sono altre prospettive.
‘Il segreto sta nella prevenzione’ spiega Leo. ‘Se i nostri nonni o genitori hanno
avuto questa malattia, il rischio è elevato perchè si tratta di un tumore con una consistente
componente ereditaria. In questo caso bisogna sottoporsi allo screening con la ricerca del sangue occulto
nelle feci e, se necessario, anche a quello con colonscopia”.
In futuro si spera di poter contare su esami attendibili ma poco invasivi, come la ricerca di marcatori
tumorali nel sangue, ovvero sostanze capaci di ‘segnalare’ la presenza di cellule maligne.
Il gruppo di Leo sta lavorando su uno di questi. “Le cellule tumorali rilasciano nel sangue
particolari particelle che, usando uno spettroscopio, possono essere viste come un’alterazione del colore”
spiega Alberto Vannelli, ricercatore che collabora con Leo.
“Nel nostro studio abbiamo analizzato gli spettri di fluorescenza (ovvero il ‘colore’ delle cellule
tumorali) rilasciati nel plasma di 234 pazienti affetti da tumori del tratto gastrointestinale e li abbiamo
confrontati con gli spettri di fluorescenza delle cellule del plasma di 248 soggetti sani. Le differenze
sono state analizzate negli ultimi mesi e hanno dato risultati sorprendenti”.
Se la scoperta verrà confermata, le alterazioni di colore nel sangue potrebbero diventare
uno strumento utilissimo per la diagnosi precoce.
Al momento però, è meglio utilizzare sistemi già noti e, soprattutto, in grado
di identificare le lesioni quando sono ancora precancerose.
È quanto stanno tentando di fare nel gruppo di Malesci. “ Abbiamo avviato un programma
per invitare i familiari di primo grado dei nostri pazienti con cancro del colon a sottoporsi a una
colonscopia virtuale (cioè a un esame assolutamente non invasivo che si effettua con la TC)
e senza neppure doversi preparare con diete particolari e pulizie dell’intestino” spiega l’esperto.
“Se questa fase sperimentale si rivelerà utile, potremo offrire una concreta possibilità
di prevenzione alle persone più a rischio senza disturbi e fastidi”.
Bisturi gentile
Nel cancro del colon-retto, è il fattore tempo a farla da padrone. Se la diagnosi è
rapida, anche l’intervento chirurgico sarà limitato. Talvolta è persino possibile evitarlo,
come spiega Alberto Malesci: “In una piccola percentuale di casi è possibile asportare una
lesione già cancerosa durante l’endoscopia. Questa tecnica, che si chiama mucosectomia, si pratica
col normale endoscopio dopo aver però verificato con l’ecografia l’assenza di metastasi nei linfonodi
vicini”.
Per evitare interventi molto demolitivi si sta lavorando anche sulla ‘carta d’identità genetica’ del tumore.
“È noto che le cellule tumorali più instabili geneticamente, cioè quelle che hanno
molte mutazioni sovrapposte, danno meno metastasi e quindi producono tumori meno aggressivi. Questo perchè
quando l’assetto genetico di una cellula è completamente sovvertito, questa non riesce nemmeno più a
sopravivvere e viene eliminata.
Se studiamo l’instabilità geneticadelle cellule nei campioni ottenuti, per esempio, con le biopsie,
poi possiamo decidere con maggiore serenità di limitare l’intervento allo stretto necessario o,
viceversa, di estenderlo perchè ci si trova davanti a una forma potenzialmente molto aggressiva”.
Ogni strumento è buono, quindi, per evitare di alterare l’integrità corporea del paziente.
“Da molti anni abbiamo capito che si tratta di una malattia la cui sorte si decide in sala operatoria
e che solo una chirurgia rispettosa della dignità umana può garantire l’integrità fisica
e psichica del paziente.
Per esempio, cerchiamo con ogni mezzo di conservare le funzioni vescicali e sessuali
anche quando bisogna procedere ad asportazioni importanti, per non mortificare la vita di relazione”
spiega Leo. In questo caso è stato il progresso nella conoscenza delle tecniche chirurgiche che
non danneggiano le terminazioni nervose ad aver permesso questo innegabile progresso. L’asportazione dei
linfonodi presenti nella zona malata e nel mesoretto è fattore fondamentale poichè potrebbero
essere sedi di metastasi. In particolare, il mesoretto un tempo veniva considerato solo un ammasso di tessuto
inerte, mentre contiene strutture linfatiche, vascolari e nervose che potrebbero nascondere cellule tumorali
e, per questo motivo, viene asportato nel corso dell’intervento chirurgico.
Con i nuovi modelli di intervento, più conservativi ma anche più ‘studiati’ sulle caratteristiche della
malattia, il gruppo di Ermanno Leo ha visto ridursi le recidive a cinque anni dal 30 all’8 per cento circa.
L’alternativa alla stomia
In passato parlare di terapia chirurgica del colon significava parlare di colostomia,
con tutti i disagi ad essa correlati, ma oggi la situazione è profondamente
cambiata e il presente si chiama chirurgia conservativa.
Il nuovo intervento, che in gergo medico si chiama ‘anastomosi coloanale’, prevede
l’asportazione del tratto di colon malato assieme all’ampolla rettale (la struttura dove
si raccolgono le feci) e al mesoretto, un cuscinetto di grasso che ricopre la
parte terminale dell’intestino. L’estremità dell’intestino rimasta
libera non viene più deviata verso l’esterno, ma serve per ricostruire
un’ampolla artificiale che verrà in seguito ricollegata al canale anale.
In questo modo vengono mantenuti intatti i muscoli e i fasci nervosi che regolano
la defecazione, il movimento della vescica e le funzioni sessuali un
tempo compromesse a causa dell’intervento chirurgico demolitivo.
Dopo un periodo di riabilitazione, una persona operata di tumore del colon può
dunque tornare a una vita del tutto normale e soddisfacente.
C’era una volta la chirurgia demolitiva
L’introduzione della pratica chirurgica demolitiva per il tumore del colon-retto,
utilizzata in tutto il mondo fino a poco tempo fa, risale ai primi anni del Novecento.
Bisogna invece aspettare il 1980 per assistere ai primi tentativi di chirurgia
conservativa da parte del chirurgo inglese Alan Parks che tentò di curare il
tumore al retto senza eliminarne la parte finale.
A causa della mancanza di conoscenze e tecniche adeguate, e della difficoltà di creare una corretta
ricostruzione anatomica, i tentativi di Parks non andarono a buon fine, ma aprirono
la strada a quella che oggi è la pratica chirurgica più diffusa per il
carcinoma del colon-retto. Qualche anno dopo la palla passò ai chirurghi francesi,
soprattutto al parigino Rolland Parc, e infine agli specialisti dell’Istituto nazionale
tumori di Milano che perfezionarono la nuova tecnica, utilizzata per la prima volta
nell’ospedale milanese nel 1990.
Ancora oggi, dopo quasi 20 anni da quel primo intervento,
la scuola italiana è all’avanguardia in questo tipo di terapia.