Quando si parla di terapie mirate si intendono trattamenti che
prendono di mira passaggi cruciali per lo sviluppo o l’evoluzione
di una malattia infiammatoria o tumorale. In oncologia, in particolare,
i nuovi farmaci vanno a colpire i meccanismi con cui le cellule
normali si trasformano in cellule tumorali, crescono a dismisura
e si diffondono ad altre parti del corpo.
La conoscenza di questi bersagli specifici all’interno della
cellula viene dalle più recenti conquiste della genetica
e della biologia molecolare ed è in continuo divenire. Proprio
perché interferiscono in maniera specifica con i processi
responsabili della nascita del tumore, della sua crescita e della
sua diffusione attraverso le metastasi,
queste cure risparmiano in genere i tessuti sani (vedi risposta
4). Le terapie mirate rappresentano uno dei più importanti
strumenti della cosiddetta medicina personalizzata, secondo cui
per ogni malato occorre trovare la cura più appropriata,
che produca i migliori risultati con il minor carico possibile di
effetti collaterali indesiderati.
Lo studio del genoma umano continua a fornire in questo senso nuove
importanti informazioni e spunti per il lavoro degli scienziati.
L’oncologia è stato il primo campo in cui questo approccio
ha trovato un’ampia applicazione, grazie all’analisi
molecolare e genetica dei singoli tumori. Da questo esame è
talvolta possibile prevedere chi risponderà meglio o peggio
a una determinata terapia: nel caso del tumore della mammella, per
esempio, la presenza di determinati recettori per gli estrogeni
sulle cellule tumorali individua le donne che potranno trarre beneficio
dalla cura con terapia ormonale.
Le terapie mirate intervengono sui comportamenti anomali delle
cellule che hanno dato origine al cancro. Di solito un tumore origina
dalla somma di diverse mutazioni, soprattutto nei geni che in qualche
modo regolano la crescita della cellula: quelli che la stimolano
a moltiplicarsi (protooncogeni, che una volta mutati sono detti
oncogeni) e quelli che al contrario rallentano questa attività (geni
oncosoppressori). Nei tessuti normali esiste un delicato equilibrio
tra queste due funzioni, anche in relazione alle diverse circostanze
e fasi della vita. Nei tumori invece si assiste a uno sbilanciamento,
col risultato che il numero delle cellule inizia ad aumentare in
maniera incontrollata. I geni stimolano o rallentano la riproduzione
delle cellule producendo proteine chiamate rispettivamente fattori
di crescita e oncosoppressori, che a loro volta accendono e spengono
gli interruttori responsabili del risultato finale, chiamati recettori.
Con il processo di crescita del cancro si può quindi interferire
teoricamente a uno qualunque di questi livelli: inibendo l’espressione
di un oncogene o stimolando quella di un gene oncosoppressore; bloccando
un fattore di crescita o impedendogli di legarsi al suo recettore;
stimolando il recettore di un fattore soppressore.
In un tessuto normale esiste poi un fenomeno di ricambio, per cui
le nuove cellule sostituiscono quelle invecchiate, che vanno incontro
a un programma di morte programmata, detto apoptosi.
In molti tumori questo meccanismo viene meno, per cui le cellule
diventano in un certo senso immortali. Anche su questo fenomeno
gli scienziati hanno trovato il modo di intervenire.
Infine, altri aspetti importanti per la crescita e la diffusione
del tumore, su cui molti ricercatori hanno puntato la loro attenzione,
sono la capacità del tumore di crearsi una rete di nuovi vasi sanguigni
che lo alimenti (angiogenesi) e quella delle cellule maligne di
staccarsi dalla massa originaria e raggiungere organi e tessuti
lontani (metastasi).
Le terapie mirate sfruttano meccanismi molto diversi tra loro,
basati sulle conoscenze dei fenomeni alla base della crescita tumorale
(vedi risposta 2).
Ci sono piccole molecole regolatrici che
entrano liberamente all’interno della cellula bloccando la catena
di messaggi che la spinge a moltiplicarsi.
Altre sostanze stimolano l’apoptosi, cioè
il suicidio programmato delle cellule.
Altri nuovi farmaci bloccano la crescita del tumore perché
lo privano degli approvvigionamenti, impedendo la formazione
di nuovi vasi sanguigni indispensabili al tumore per crescere.
Si dice quindi che ostacolano l’angiogenesi.
Un’altra categoria è quella dei farmaci biologici,
così detti perché prodotti in laboratorio sulla falsariga di
sostanze normalmente presenti nell’organismo, come per esempio
gli anticorpi. Quelli usati in terapia sono detti “monoclonali”
perché selezionati contro un unico bersaglio, che nel caso dei
tumori è una molecola importante per la loro crescita. Il più
noto attacca in maniera mirata la proteina HER-2 (anche detta erb-2), che si trova in numero eccessivo sulla superficie
delle cellule tumorali nel 20-30 per cento dei casi di carcinoma
della mammella.
Come pure sono già disponibili per la pratica clinica altri
monoclonali per i tumori avanzati del colon.
Lo stesso si cerca di ottenere legando a questi anticorpi, usati
come cavalli di Troia, delle sostanze radioattive o tossiche
per la cellula tumorale.
Oltre agli anticorpi, anche altre componenti del sistema immunitario,
normalmente presenti nell’organismo, sono utilizzate per potenziare
le difese contro il cancro o ridurre gli effetti collaterali
della chemioterapia.
Vaccini che stimolino il sistema immunitario a riconoscere come
estraneo il tumore e distruggerlo sono ancora allo studio.
Alcuni di questi prodotti (vedi risposta 3) sono già molto usati,
sebbene il loro costo elevato ne limiti la diffusione. La scelta
del medico di ricorrere o meno al loro uso è dettata però anche
dalle caratteristiche individuali del paziente e del tumore stesso,
che solo quando ha caratteristiche molto precise risponde a queste
cure. E’ ciò che si verifica per esempio quando il cancro al seno ha sulla superficie delle cellule un particolare tipo di recettori
detti HER2 .
Anche nel caso delle leucemie,
che hanno tratto molto vantaggio da queste terapie, l’efficacia
del trattamento mirato è riservata a forme particolari, soprattutto
a quelle provocate dallo scambio reciproco di due pezzi di DNA tra
due diversi cromosomi che dà origine al cosiddetto cromosoma Philadelphia.
Farmaci mirati sono utilizzati anche per tumori in fase avanzata,
soprattutto della mammella e del polmone e per i casi di mieloma
multiplo che non rispondono ad altre terapie.
L’approvazione di alcuni di questi medicinali per il carcinoma
renale e quello del fegato ha offerto al medico nuove armi per combattere queste neoplasie.
In che cosa sono diverse dalla chemioterapia tradizionale?
Diversamente da quelli utilizzati per la chemioterapia tradizionale,
i farmaci mirati sono messi a punto specificamente per colpire una
molecola o un processo individuato dagli scienziati come fondamentale
per lo sviluppo del cancro (vedi risposta 2), ma meno importante
per i tessuti normali. Per questa stessa ragione non colpiscono
indistintamente tutte le cellule che proliferano nell’organismo,
ma prevalentemente quelle tumorali. Ciò si traduce in un minor carico
di effetti collaterali rispetto a quelli provocati dalla chemioterapia
tradizionale (vedi risposta 6).
Stanno già soppiantando la chemioterapia tradizionale?
Per il momento queste cure si sono dimostrate utili solo per alcuni
tipi di tumore (vedi risposta 4) e spesso si utilizzano solo quando
falliscono gli approcci terapeutici tradizionali. In molti casi,
poi, non servono a sostituire altri tipi di cure, quanto piuttosto
a potenziarne l’effetto.
Per le ragioni descritte nella risposta 5, le terapie mirate non
presentano di solito gli effetti collaterali tipici della chemioterapia
tradizionale, anche se possono provocare talvolta nausea, diarrea,
affaticamento o altri disturbi soprattutto alla pelle. I farmaci
contro l’angiogenesi provocano spesso ipertensione arteriosa. Alcuni
di questi farmaci posso provocare danni al cuore, che fortunatamente
sono raramente seri. Gli anticorpi monoclonali, inoltre, possono
determinare reazioni allergiche.
Alcuni di questi farmaci devono essere somministrati in vena ma
la maggior parte delle piccole molecole viene assunta per bocca,
con una comune compressa. Ciò consente di ridurre, oltre ai disagi,
i tempi di ricovero e le giornate in day-hospital con evidenti vantaggi
per i malati e per le loro famiglie. Occorre però prestare molta
attenzione a seguire con scrupolo la terapia, senza trascurare o
dimenticare di prendere le pastiglie, perché questo può compromettere
l’efficacia della cura.
Il principio delle terapie mirate a livello molecolare viene sfruttato
anche per interferire con i processi infiammatori, quando questi
si rivoltano contro l’organismo, come nelle malattie autoimmuni
oppure diventano troppo violenti, alimentando un circolo vizioso
dannoso per l’organismo.
Cure di questo tipo vengono quindi usate
per l’artrite reumatoide e altre malattie reumatiche, le malattie
infiammatorie intestinali, l’asma o le gravi infezioni diffuse.
Si stanno studiando vari approcci per agire direttamente sui geni
responsabili della trasformazione iniziale della cellula tumorale
con la terapia genica. Si pensa di poter un giorno
riparare gli oncogeni difettosi, eliminarli quando sono in eccesso
o aggiungere, a dosi controllate, la giusta quantità di oncosoppressori.
Un importante campo di studio è poi quello delle nanotecnologie,
che sfruttano materiali di dimensioni inferiori a 100 nanometri,
unità di misura pari a un miliardesimo di metro.
Oltre che per una diagnosi più
precoce e precisa, si sta sperimentando l’utilizzo di tubuli e sfere
di queste dimensioni, a livello molecolare, per trasportare agenti
tossici all’interno delle sole cellule tumorali oppure per concentrare
su queste l’azione letale di radiazioni o altri fattori esterni.