Screening per il tumore del collo dell'utero

La diagnosi precoce di lesioni potenzialmente pericolose e tumori in fase iniziale a livello della cervice uterina ha permesso di abbattere la mortalità per cancro del collo dell'utero in Italia, come in tutti i Paesi più avanzati.

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I programmi organizzati di screening per il tumore della cervice uterina attraverso il Pap test, introdotti negli anni Cinquanta del secolo scorso, hanno permesso di ridurre costantemente la mortalità per tumore della cervice uterina in Italia come in tutti i Paesi avanzati.

I progressi della ricerca (che hanno associato il cancro del collo dell'utero all'infezione da Papillomavirus) e quelli delle tecniche diagnostiche (in particolare la messa a punto di test genetici) hanno però recentemente rivoluzionato questo approccio.

Oggi sono disponibili, infatti, test in grado di rilevare il DNA dei Papillomavirus cosiddetti ad alto rischio (HPV HR) sulla superficie del collo dell'utero (e quindi la presenza di un'infezione) e di anticipare così ulteriormente la diagnosi. All' interno dei programmi organizzati la ricerca dell'HPV come test di screening sta quindi sostituendo il Pap test e, secondo le indicazioni del Piano nazionale della prevenzione, entro la fine del 2018 tutti i programmi dovrebbero spostarsi verso la ricerca dell'HPV.

Per la donna, le modalità di esame sono identiche: il campione però, invece di essere esaminato al microscopio, viene sottoposto a un test genetico.

Il Pap test

Il Pap test è un programma di screening con una lunga storia alle spalle. I primi impieghi risalgono infatti agli anni Cinquanta del secolo scorso e, da quando il suo utilizzo si è affermato su larga scala, ha consentito di ottenere importanti risultati contro questo tumore. L'esame consente di verificare la presenza di cellule anomale sulla superficie del collo dell'utero (Per i consigli pratici consulta la voce Pap test nella Guida esami).

Chi lo deve fare e quando?

Lo screening del tumore del collo dell'utero in Italia, secondo le indicazioni dell'Osservatorio nazionale screening, prevede l'esecuzione di un Pap test ogni tre anni nelle donne con un'età compresa tra i 25 e i 64 anni.

Non è indicato eseguire il Pap test prima dei 25 anni. Le infezioni da Papillomavirus sono infatti più frequenti nelle fasce di età più giovani, ma nella quasi totalità dei casi regrediscono spontaneamente. Sottoporsi all'esame, dunque, esporrebbe inutilmente le ragazze a ulteriori esami non esenti da rischi. Allo stesso modo, per una donna che risulti negativa al Pap test a 65 anni, si può escludere questo tumore anche per gli anni futuri, visti i tempi di sviluppo molto lenti.

Che cosa succede se è positivo?

Se il Pap test risulta positivo, lo screening prevede l'esecuzione della colposcopia, un esame che permette la visione ingrandita del collo dell'utero attraverso una particolare lente. A questa si può far seguire una biopsia. Se l'esame istologico conferma la presenza di una lesione precancerosa, il trattamento consiste nella sua asportazione attraverso tecniche micro-chirurgiche eseguite ambulatorialmente e in anestesia locale.

Non tutte le lesioni pretumorali necessitano tuttavia del trattamento: a questo si ricorre soltanto per quelle in stadio più avanzato, dal momento che quelle più semplici potrebbero regredire spontaneamente.

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L’HPV test

Dagli anni Ottanta è dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi il tumore del collo dell'utero deriva da un'infezione persistente da Papillomavirus umano (HPV), quindi ha un'origine virale infettiva.

Si stima che fino all'80 per cento delle persone contraggano questo virus nel corso della loro vita, ma in genere l'infezione regredisce spontaneamente. Della piccola percentuale di donne in cui l'infezione diventa persistente, soltanto una parte sviluppa le lesioni che precedono il cancro invasivo.

Il processo tumorale è in genere lento: può impiegare fino a 20 anni. Un tempo sufficientemente lungo da consentire alle donne che si sottopongono regolarmente allo screening di interrompere lo sviluppo del tumore fin dagli stadi iniziali.

Il prelievo del materiale da esaminare con l'HPV test avviene esattamente come per il Pap test (per i consigli pratici consulta la voce HPV test nella Guida esami).

Chi lo deve fare e quando?

L'impiego dell'HPV test cambia tempi e modi dello screening del cancro del collo dell'utero: poiché l'esame trova lesioni più precocemente, deve essere ripetuto ogni 5 anni invece che ogni 3 anni come il Pap-test.

Inoltre, poiché nelle donne più giovani le infezioni da HPV sono molto frequenti, ma nella maggior parte dei casi regrediscono spontaneamente, l'esame è raccomandato solo a partire dai 30-35 anni. Sotto tale età è ancora raccomandato il Pap test ogni tre anni.

Che cosa succede se è positivo?

Nei casi in cui il test HPV risulta positivo, il materiale prelevato si esamina anche al microscopio (Pap test), senza bisogno di richiamare la donna per ulteriori accertamenti. Se anche questo esame però conferma la sua positività, si procede con la colposcopia. In caso contrario si può evitare questo accertamento, ma, a un anno di distanza, si ripete il test HPV. Se questo risulta nuovamente positivo, si procede con la colposcopia.

Lo screening con il test HPV al posto del Pap-test trova più lesioni del collo dell'utero di quelle che trova il Pap-test ed è quindi più protettivo, pur esponendo a un maggior rischio di falsi positivi, cioè di lesioni considerate sospette che a successivi accertamenti invece si rivelano innocue.

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Le informazioni presenti in questa pagina non sostituiscono il parere del medico

Ultimo aggiornamento lunedì 8 maggio 2017.

Agenzia Zadig

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