Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2026
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Da dove proveniva questa terribile malattia e come riuscì a diffondersi su territori tanto vasti? Le analisi del DNA antico aiutano a ricostruire le origini e il viaggio di Yersinia pestis, rivelando che il batterio è molto più antico di quanto si pensasse.
La cosiddetta peste nera è stata l’ondata iniziale, nel Trecento, di una pandemia che ha flagellato i nostri antenati per quasi cinque secoli. Probabilmente è stata anche una delle catastrofi infettive più letali nella storia dell’umanità e tra quelle che l’hanno segnata più profondamente. Le stime sulla mortalità variano, ma si ritiene che in Europa la peste abbia ucciso tra un quarto e un terzo della popolazione dell’epoca.
Da tempo ormai sappiamo che il responsabile della peste è il batterio Yersinia pestis, un microrganismo che circola naturalmente tra diverse specie animali e può essere trasmesso agli esseri umani. È stato un po’ più difficile ricostruire da dove provenisse il ceppo all’origine della peste nera e attraverso quali percorsi sia riuscito a diffondersi su territori tanto vasti.
Per studiare questo aspetto, è stata preziosa l’analisi del DNA antico, una tecnica messa a punto dal biologo e genetista svedese Svante Paabo, premiato con il Nobel per la fisiologia o la medicina nel 2022. In questo caso i ricercatori hanno recuperato tracce di Yersinia pestis dai resti di persone vissute secoli o persino millenni fa, e, quando le condizioni di conservazione dei campioni lo hanno consentito, hanno confrontato tra loro i genomi dei diversi ceppi batterici per individuarne le relazioni evolutive e filogenetiche (ovvero “di parentela”). Il DNA racconta, però, soltanto una parte della storia. Per comprendere il diversi contesti e ambienti nei quali il batterio è circolato e formulare ipotesi sui suoi spostamenti, le informazioni genetiche hanno dovuto essere integrate con quelle provenienti dalle fonti storiche e archeologiche. Ricostruire l’evoluzione di una pandemia è infatti un lavoro estremamente complesso ed è proprio la sinergia tra biologi, storici e archeologi a permettere di riavvolgere sempre più indietro il nastro della storia delle epidemie, tra cui la peste.
La storia della peste non è cominciata nel Medioevo. Le analisi del DNA antico hanno infatti rivelato che Yersinia pestis circolava tra le popolazioni già migliaia di anni prima della maggiore epidemia documentata. I risultati di un recente studio danese, condotto sui resti di 108 individui vissuti circa 5.000 anni fa in Scandinavia, ha rivelato la presenza del batterio nel 17% circa dei resti di individui analizzati.
Parallelamente l’analisi, sempre da parte di un gruppo danese, di campioni di cacciatori-raccoglitori vissuti circa 5.500 anni fa nei pressi del lago Baikal, in Siberia, ha fatto emergere le più antiche evidenze finora note di focolai letali di peste. Inoltre, ulteriori ricerche condotte in Cina hanno ricostruito la rapida espansione di Yersinia pestis attraverso l’Eurasia già circa 5.300 anni fa, collegando geneticamente ceppi rinvenuti dalla Scandinavia e dall’Europa centrale fino alla Cina settentrionale.
A far partire queste antiche infezioni erano però ceppi diversi da quelli responsabili delle grandi epidemie delle epoche successive. Ma sarebbe proprio durante la fase precoce della storia evolutiva di Y. pestis che sarebbero avvenuti alcuni dei cambiamenti genetici associati all’adattamento del batterio alla trasmissione attraverso le pulci, i principali vettori che hanno contribuito alla peste nera.
Solo molto più tardi la storia documentata della peste sarebbe stata segnata da tre grandi pandemie: la prima ebbe inizio nel VI secolo d.C. con la cosiddetta peste di Giustiniano; la seconda cominciò nel Trecento, proprio con la peste nera, continuando per diversi secoli attraverso ondate successive; e la terza ebbe inizio nell’Ottocento, raggiungendo numerose regioni del mondo.
Per rispondere agli interrogativi sulle origini della peste nera, gli studiosi hanno seguito una traccia importante nei pressi del lago salato Issyk-Kul, nell’odierno Kirghizistan settentrionale, dove alla fine dell’Ottocento erano stati scavati alcuni antichi cimiteri. Qui le lapidi ritrovate mostravano un numero molto elevato di morti tra il 1338 e il 1339, proprio alla vigilia dell’inizio della pandemia. Decifrando le iscrizioni in lingua siriaca su molte lapidi, si è scoperto che la causa della morte era attribuita a una non specificata “pestilenza”, un termine generico per indicare una malattia grave e contagiosa.
Nel 2022 un gruppo internazionale di ricercatori coordinato da Johannes Krause, del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, in Germania, ha analizzato il DNA antico estratto dai resti di 7 cadaveri riesumati nei cimiteri di Kara-Djigach e Burana (in Kirghizistan del Nord). Come è emerso dai risultati, pubblicati sulla rivista Nature, nella polpa dentaria di tre individui gli studiosi hanno identificato tracce del DNA di Yersinia pestis, confermando che la malattia responsabile di quell’eccezionale concentrazione di morti era stata provocata dal batterio della peste.
Il passo successivo è stato confrontare i genomi antichi con quelli di altri ceppi di Yersinia pestis, assemblando una sorta di albero genealogico: ne è emerso che i ceppi rinvenuti in Kirghizistan si collocano alla base di una grande diversificazione genetica della specie batterica avvenuta nella prima metà del XIV secolo, dalla quale derivano i ceppi associati alla seconda pandemia di peste.
Il confronto con i ceppi di Yersinia pestis che circolano ancora oggi nei serbatoi naturali della regione dei Tian Shan, un vasto sistema montuoso dell'Asia centrale, ha inoltre rafforzato l’ipotesi che quel ceppo sia emerso localmente. Le evidenze disponibili indicano quindi proprio l’Asia centrale, e in particolare l’area dei monti Tian Shan nei pressi del lago Issyk-Kul, come la più probabile area d’origine della seconda pandemia.
Le comunità che popolavano i dintorni del lago Issyk-Kul non erano isolate. La località sorge infatti sull’antica Via della seta, e nei siti archeologici ci sono perle provenienti dall’Oceano Indiano, coralli del Mediterraneo, monete straniere e altri oggetti di origine anche molto lontana. Come hanno spiegato gli studiosi, queste tracce testimoniano come la regione fosse inserita in una fitta rete di scambi commerciali a lungo raggio. Tali vie di comunicazione potrebbero aver contribuito al viaggio verso Occidente del patogeno, trasportato nelle pulci di esseri umani e altri animali lungo le vie carovaniere.
Una tappa celebre, anche se discussa, potrebbe essere stato l’assedio di Caffa, una colonia genovese in Crimea. Secondo il racconto dell’epoca, del notaio piacentino Gabriel de’ Mussi, nel 1346 l’esercito dell’Orda d’Oro, colpito dalla peste, avrebbe scagliato oltre le mura di quella città i cadaveri dei propri morti nel tentativo di contagiare gli abitanti. De’ Mussi, tuttavia, non assistette direttamente agli eventi a Caffa e gli studi storici più recenti hanno messo in discussione sia questa ricostruzione sia il possibile ruolo dell’assedio nella successiva diffusione della peste verso il Mediterraneo.
I dati storici suggeriscono invece che, dall’Asia centrale, il batterio abbia raggiunto la regione settentrionale del Mar Nero nei primi anni Quaranta del Trecento e da qui, nel 1347, il bacino del Mediterraneo. È poi emerso un tassello ulteriore da una ricerca di Martin Bauch, del tedesco Leibniz Institute for the History and Culture of Eastern Europe (GWZO), e di Ulf Büntgen, dell’Università di Cambridge (UK), pubblicata nel 2025 sulla rivista Communications Earth & Environment. I due ricercatori hanno infatti individuato un nesso tra la diffusione della peste con una crisi climatica e alimentare che interessò il Mediterraneo tra il 1345 e il 1347: un periodo particolarmente freddo e umido, forse anche per effetto di un’eruzione vulcanica, che sembra avere contribuito a compromettere i raccolti in diverse regioni e a provocare una grave carenza di cereali. Per far fronte alla scarsità di cibo, repubbliche marinare come Venezia, Genova e Pisa avevano aumentato le importazioni di grano dalle regioni del Mar Nero e del Mare d’Azov. Secondo gli autori dello studio, proprio queste rotte potrebbero avere favorito l’arrivo di Yersinia pestis nei porti del Mediterraneo e la sua successiva diffusione in Europa.
La peste non è stata completamente eradicata e continua a circolare nei serbatoi animali di diverse regioni del mondo, soprattutto tra piccoli mammiferi e le loro pulci, e occasionalmente può essere trasmessa a esseri umani. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i Paesi dove la malattia è oggi maggiormente endemica sono il Madagascar, la Repubblica Democratica del Congo e il Perù.
Le possibilità di contrastare la malattia però sono radicalmente cambiate. Innanzitutto, le abitudini di vita moderna in gran parte dei Paesi non solo avanzati hanno ridotto grandemente i contatti tra gli esseri umani e gli animali come i topi, ossia i portatori delle pulci che hanno afflitto per millenni l’umanità. Inoltre, oggi ogni raro caso di peste può essere diagnosticato tempestivamente e trattato efficacemente con antibiotici. Tuttavia, la sorveglianza epidemiologica, la diagnosi precoce e il controllo dei focolai rimangono fondamentali, soprattutto perché la malattia tende a manifestarsi in aree remote, dove l’accesso alle cure è più difficile.
Alice Pace