Ultimo aggiornamento: 29 giugno 2026
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In cosa consiste, su quali meccanismi si basa, come viene applicato nel campo della salute e cosa emerge dalla ricerca degli ultimi anni.
Sentire un dolore alleviarsi dopo aver assunto una sostanza che si crede avere un effetto curativo ma in realtà non può avere effetti sintomatici né terapeutici perché è priva di un principio attivo. È un esempio del cosiddetto effetto placebo, per cui anche una compressa di zucchero, amido di mais o altri ingredienti inerti possono provocare una sensazione di benessere e di miglioramento. Sono ancora molti gli aspetti da chiarire sui meccanismi biologici di questo fenomeno, che offre diverse possibilità di applicazione in medicina.
I medicinali, cioè le sostanze con un principio attivo e una precisa e dimostrata azione farmacologica, hanno un effetto sull’organismo anche quando vengono somministrati all’insaputa della persona. Esistono però sostanze farmacologicamente inattive che, in determinate circostanze, possono anch’esse offrire la percezione di un miglioramento significativo dei sintomi. Succede quando vengono presentate al paziente come efficaci e quando chi le assume sviluppa aspettative positive nei confronti del trattamento. Si parla di effetto placebo, mentre la sostanza o la procedura coinvolta (anche chirurgica) prende il nome di placebo: il termine deriva dal verbo latino “placeo”, che significa letteralmente “piacerò”.
L’effetto placebo mostra che il semplice fatto di ricevere una sostanza o un trattamento che suscita aspettative può influenzare il modo in cui una persona percepisce i sintomi e il proprio stato di salute. È un fenomeno reale, documentato, e studiato ormai da molti anni dalla ricerca biomedica.
Possiamo ridurre il colesterolo, riparare una frattura ossea, sconfiggere una malattia genetica o, ancora, ottenere la remissione di un tumore facendo affidamento soltanto sull’effetto placebo? La risposta è no. Un placebo non può curare le malattie e non agisce sulle loro cause biologiche. Può però intervenire su alcuni sintomi, in particolare su alcuni riferiti autonomamente dai pazienti come le sensazioni di dolore, la nausea e, in alcuni casi, il senso generale di malessere. Diverse revisioni di studi clinici in merito hanno infatti documentato miglioramenti, dovuti al placebo, di alcune condizioni, con effetti che possono arrivare a incidere positivamente sulla qualità della vita dei pazienti. Per esempio, in ambito oncologico, diversi studi hanno mostrato l’efficacia del placebo nel mitigare la nausea anticipatoria da chemioterapia o la stanchezza cronica (fatigue) legata ai trattamenti.
La risposta al placebo, tuttavia, è altamente variabile. Alcune persone mostrano benefici evidenti, altre molto limitati o assenti. Inoltre, proprio perché si tratta di un fenomeno complesso, nel quale è difficile misurare l’entità dei miglioramenti, resta spesso complicato stabilire con precisione quanto del miglioramento osservato sia attribuibile al placebo e quanto ad altri fattori. Nonostante i limiti, l’effetto placebo continua a suscitare molto interesse nella pratica clinica e nella ricerca, in quanto offre preziose informazioni sul modo in cui la terapia si intreccia con l’esperienza della malattia.
Per molto tempo si è ritenuto che l’effetto placebo fosse essenzialmente una questione psicologica. Oggi sappiamo invece che si tratta di un fenomeno più complesso, associato a modificazioni fisiologiche misurabili. Quando una persona si aspetta un beneficio da un trattamento, il cervello può andare incontro a cambiamenti e attivare circuiti come quelli coinvolti nella percezione del dolore. Diverse ricerche sperimentali hanno mostrato che, durante la risposta al placebo, possono essere coinvolti sistemi biologici come il rilascio di endorfine e dopamina, neurotrasmettitori che partecipano ai processi di ricompensa, motivazione e benessere.
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, ci sono tuttavia ancora aspetti che restano poco chiari. Gli scienziati stanno cercando di capire, per esempio, perché alcune persone rispondono più di altre a un placebo e qual è il ruolo di fattori genetici, neurologici e psicologici nel determinare le risposte.
Se c’è un ambito in cui l’uso dei placebo è consolidato, è quello della sperimentazione clinica, in cui in gruppi di volontari, tra cui pazienti e persone sane, si valutano la sicurezza e l’efficacia di medicinali e trattamenti prima della loro introduzione nella pratica clinica.
Gli studi clinici randomizzati e controllati, in cui l’effetto di una sostanza con principio attivo è paragonato a quello di un placebo, sono definiti il “gold standard”, lo standard di riferimento. Permettono infatti di valutare gli effetti dei trattamenti negli esseri umani rispetto a qualcosa che per definizione è privo di attività terapeutica. In questi studi i partecipanti vengono assegnati in modo casuale a gruppi diversi: alcuni ricevono il trattamento in fase di valutazione, altri un placebo. Il confronto tra i risultati ottenuti nei due gruppi permette ai ricercatori di stabilire se i benefici osservati siano realmente dovuti al trattamento oppure possano essere spiegati da altri fattori, compreso lo stesso effetto placebo. Tali risultati costituiscono dunque la linea di base su cui misurare gli eventuali effetti terapeutici, che devono essere tangibilmente più efficaci della sostanza impiegata come placebo. Quando queste condizioni, insieme alla sicurezza, sono dimostrate, per il nuovo farmaco si può richiedere l’approvazione alle autorità regolatorie, come l’Agenzia europea per i medicinali (European Medicines Agency, EMA), per la commercializzazione.
L’impiego del placebo in ricerca pone tuttavia importanti questioni etiche. Oggi il suo utilizzo è generalmente considerato accettabile quando non esistono terapie efficaci già disponibili e quando la sua somministrazione non espone i partecipanti a rischi significativi. Se invece esistono trattamenti già in uso, nella sperimentazione clinica si dovrebbero confrontare gli effetti di questi ultimi, e non del placebo, a quelli dei nuovi trattamenti oggetto di studio, altrimenti lo studio non è considerato rigoroso e i pazienti non sono tutelati.
Negli ultimi anni la ricerca sull’effetto placebo ha compiuto progressi importanti. Uno degli sviluppi più interessanti riguarda i cosiddetti open-label placebo, cioè placebo somministrati dichiarando apertamente ai pazienti la loro natura. Diversi studi hanno infatti suggerito che in alcune condizioni, come il dolore cronico, la sindrome dell’intestino irritabile e l’affaticamento associato al cancro, anche un placebo assunto consapevolmente potrebbe produrre benefici misurabili. Questo filone di ricerca ha contribuito a mettere in discussione l’idea che l’effetto placebo richieda per forza una sorta di “inganno” di partenza.
Un altro fronte particolarmente attivo è quello sull’identificazione dei cosiddetti placebo responder, cioè delle persone particolarmente sensibili agli effetti delle sostanze inerti. Attraverso tecniche di neuroimaging, studi genetici e analisi di possibili biomarcatori, gli scienziati cercano di comprendere perché alcuni individui siano più reattivi di altri, e attraverso quali meccanismi biologici. Le conoscenze che ne deriveranno potrebbero consentire di integrare gli aspetti positivi dell’effetto placebo all’interno di strategie terapeutiche sempre più precise e mirate. Non con l’intento di sostituire i trattamenti efficaci, ma di ottimizzarne i risultati.
L’effetto placebo è un miglioramento dei sintomi legato alle aspettative positive del paziente verso una terapia, anche quando il trattamento non contiene principi attivi.
Il placebo è la sostanza o il trattamento privo di attività specifica, mentre l’effetto placebo è la risposta fisica o psicologica che può derivare dall’aspettativa di ricevere una cura.
L’effetto placebo coinvolge meccanismi biologici e psicologici, per esempio attivando aree del cervello associate a benessere e risposta allo stress, influenzando la percezione dei sintomi.
No. L’effetto placebo può contribuire a migliorare alcuni sintomi e la qualità della vita, ma non sostituisce le terapie necessarie per trattare o guarire una malattia.
Numerosi studi hanno dimostrato che l’effetto placebo può produrre cambiamenti misurabili in alcuni disturbi riferiti dai pazienti, come dolore e nausea. Non può invece curare malattie.
Negli studi clinici il placebo permette di confrontare una nuova terapia con un trattamento inattivo, aiutando a capire se i benefici osservati dipendano realmente dal farmaco in esame.
Alcuni studi suggeriscono che in alcuni casi il placebo possa produrre effetti anche quando il paziente sa di assumerlo. I motivi sono ancora oggetto di ricerca.
Alice Pace