Ultimo aggiornamento: 18 ottobre 2026
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Molte persone passano buona parte della vita al chiuso, e l’aria che respira negli edifici può contenere inquinanti e microrganismi dannosi. Tuttavia, una buona ventilazione può ridurre molto i rischi.
Negli anni della pandemia da Covid-19 si è formato un consenso scientifico sull’importanza della ventilazione negli ambienti al chiuso per ridurre il rischio di infezione. Oggi sappiamo che il virus SARS-CoV-2 non si diffonde soltanto attraverso le goccioline disperse da tosse e starnuti, ma anche attraverso l’aerosol, ovvero il vapore emesso parlando e respirando, che in un ambiente chiuso e poco ventilato possono accumularsi, facilitando il contagio. Ma il rischio può essere contenuto migliorando la qualità dell’aria con una buona ventilazione, anche se per gli esperti aprire le finestre è solo una parte della soluzione: servono sistemi di ventilazione meccanica, filtri e sensori per adeguare la ventilazione alle condizioni ambientali. E ciò vale ben oltre la pandemia di Covid-19 (che peraltro grazie alle vaccinazioni si è nel tempo attenuata) o eventuali nuove epidemie, ma più in generale per l’inquinamento indoor, cioè l’insieme di agenti fisici, chimici e biologici che si accumulano al chiuso e possono avere conseguenze sulla salute.
Molte persone passano circa il 90% delle proprie vite al chiuso, quindi all’interno degli edifici che avviene una parte molto importante dell’esposizione agli inquinanti. Si tratta di sostanze di varia natura: dai prodotti della combustione emessi da stufe, camini o tabacco al radon che può filtrare dal sottosuolo; dai composti organici volatili emessi da materiali e oggetti, a muffe, batteri e acari. Per capire meglio il problema e gli aspetti più rilevanti, e che cosa possiamo fare per ridurre i rischi, partiamo da 5 cose sull’inquinamento indoor che vale la pena conoscere.
Nell’Ottocento, la celebre infermiera britannica Florence Nightingale portò grandi innovazioni nell’assistenza sanitaria. Tra le altre cose, comprese che l’igiene ospedaliera doveva includere anche quella dell’aria. Nel suo libro del 1859, Notes on Nursing, scriveva che il primo dovere di un’infermiera era di mantenere l’aria respirata da ciascun paziente pura tanto quanto quella esterna.
Negli stessi anni il medico igienista tedesco Max von Pettenkofer aveva cominciato a misurare l’anidride carbonica (CO2) all’interno degli edifici, scoprendo che più un ambiente era ventilato e minore era la quantità di CO2 rilevata. Pettenkofer stabilì intorno alle 1.000 parti per milione il limite oltre il quale un ambiente non poteva essere considerato adeguatamente areato. Correttamente, non attribuiva il malessere alla CO2, che di per sé è innocua ed è soltanto un indicatore indiretto della ventilazione. Quando era troppo scarsa erano accumulate altre sostanze, alcune prodotte dai corpi stessi, che secondo Pettenkofer determinavano “l’aria viziata” e potevano causare malessere.
L’idea non era nuova. In quasi tutti i trattati medici, dall’antichità classica in poi, si parla dell’importanza dell’aria salubre. A metà dell’Ottocento la teoria dei germi non si era ancora affermata e mancavano molte delle conoscenze necessarie a chiarire la natura delle sostanze inquinanti, ma con Pettenkofer il problema cominciò a essere studiato in modo sistematico e quantitativo. Nel secondo Novecento, dopo un periodo di minore attenzione, l’inquinamento indoor è tornato a essere un tema di interesse scientifico per la salute e l’ambiente.
Nel 1973 si verificò un’importante crisi petrolifera, durante la quale il costo dell’energia si alzò notevolmente in quasi tutto il mondo. Per ridurre i consumi energetici si iniziò a isolare meglio gli edifici e a ridurre il ricambio con l’aria esterna. Il risparmio in bolletta, però, rivelò un costo imprevisto: in molti edifici aumentarono le segnalazioni di mal di testa, stanchezza, irritazione, tosse e altri sintomi. Lo strano malessere associato alla permanenza in edifici con quelle caratteristiche fu chiamato sick building syndrome (letteralmente “sindrome dell’edificio malato”). L’esperimento involontario, conseguenza della crisi energetica, contribuì a rilanciare lo studio dell’inquinamento indoor, ma non fu l’unico fattore.
Per esempio, era noto da tempo che il gas radon è nocivo per i minatori, ma solo nel secondo dopoguerra si era scoperto che l’accumulo di radon anche in un’abitazione può raggiungere livelli elevati, soprattutto se il ricambio d’aria è scarso. Il boom economico, inoltre, aveva portato all’interno delle case molti nuovi materiali, tra cui resine usate nei mobili e schiume isolanti, e si era poi scoperto che potevano emettere formaldeide, un composto volatile irritante, oggi riconosciuto anche come cancerogeno. Infine, è del 1967 la dimostrazione che gli acari della polvere sono una delle principali fonti di allergeni presenti nella polvere domestica. Così si capì che l’ambiente interno doveva essere studiato tanto quanto quello esterno.
La maggior parte dei decessi dovuti a inquinamento indoor oggi è causata dai prodotti della combustione di carbone, biomasse e altri combustibili inquinanti usati per cucinare e riscaldarsi, soprattutto nei Paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. Qui infatti si concentra gran parte degli oltre 2 miliardi di persone che non hanno accesso a combustibili e tecnologie meno inquinanti per cucinare. Secondo i dati dell’OMS, nel 2021 l’inquinamento domestico legato a queste fonti è stato responsabile di circa 2,9 milioni di morti premature.
Anche in Occidente, però, dobbiamo fare attenzione. Una stufa o una caldaia difettosa, non a norma o non adeguatamente mantenuta, che sia a legna, a gas o a combustibile liquido, può emettere monossido di carbonio (CO), un gas inodore e invisibile che, se inalato, si lega all’emoglobina al posto dell’ossigeno. Lo stesso vale per qualsiasi motore termico, come quello di un’automobile accesa in garage. Se la concentrazione di CO sale, iniziano a comparire mal di testa, confusione, fiato corto. Se l’esposizione continua si può perdere coscienza e andare in coma, fino alla morte.
In Italia le statistiche ufficiali riportano circa 500-600 morti ogni anno per intossicazione da monossido di carbonio, anche se circa due terzi sono dovuti a intossicazioni volontarie. Gli esperti del Gruppo di studio nazionale inquinamento indoor dell’Istituto superiore di sanità (ISS) raccomandano la manutenzione annuale, obbligatoria per legge, degli apparecchi e delle canne fumarie, di seguire le istruzioni dei produttori e di garantire una buona ventilazione.
Il biossido di azoto (NO2) è un altro gas insidioso. Non agisce altrettanto rapidamente, ma l’esposizione prolungata è associata a effetti sulle vie respiratorie e a un aumento del rischio di diverse malattie. È uno dei composti che contribuiscono allo smog, ma nelle nostre case è prodotto ogni volta che accendiamo un fornello a gas. Questo tipo di cottura è particolarmente diffuso in Italia, dato che si trova nella maggior parte delle abitazioni. Secondo un rapporto del 2024 dell’Università Jaume I (a Castellón de la Plana, Spagna), in Italia l’esposizione al biossido di azoto prodotto dalla cottura a gas potrebbe essere associata a circa 12.800 morti premature all’anno. Si tratta del numero più alto tra i Paesi europei analizzati, ed è dovuto anche al fatto che circa il 74% delle abitazioni utilizza questo metodo di cottura. Una migliore ventilazione può ridurre l’esposizione, ma non eliminare il problema, e sono necessarie politiche adeguate a sostenere il passaggio a sistemi di cottura elettrici, come i piani a induzione, meno rischiosi da questo punto di vista.
Negli anni Ottanta alcuni ricercatori, anche presso la NASA cominciarono a studiare le piante d’appartamento per capire se potevano essere utilizzate per rimuovere gli inquinanti dall’aria. I risultati, pubblicati nel 1989 nel cosiddetto Clean Air Study, hanno permesso di stabilire che alcune specie molto comuni (tra cui la pianta ragno, il potos, la palma di bambù e altre) rimuovevano dall’aria uno o più degli inquinanti valutati (formaldeide, tricloroetilene, benzene). Secondo lo studio della NASA, dunque, le piante potevano contribuire a ridurre l’inquinamento indoor.
Si parlò molto del Clean Air Study, e si diffuse l’idea che le piante in casa non solo siano belle, ma facciano anche bene alla salute. Tuttavia, si scoprì che i risultati ottenuti dalla NASA non erano trasferibili dagli ambienti sperimentali a quelli reali. Infatti, i test erano stati effettuati in camere sperimentali sigillate, per cui non valevano per case e uffici: al massimo potevano essere interessanti per gli ambienti chiusi dove vivono gli astronauti, come la Stazione spaziale internazionale.
Anche il Gruppo di studio nazionale inquinamento indoor dell’Istituto superiore di sanità ha smontato il mito. La realtà è che la quantità di inquinanti che le piante possono rimuovere dall’aria è del tutto irrilevante per purificare l’aria dei normali edifici, dove è l’aria scambiata con l’esterno a diluire gli inquinanti. Se, per assurdo, volessimo sostituire la ventilazione con le piante, ne servirebbero così tante da superare di gran lunga lo spazio disponibile. È infatti stato calcolato che servirebbero da 10 a 1.000 piante per metro quadrato per eguagliare il ricambio d’aria di un edificio.
La qualità dell’aria negli edifici è sempre più considerata in ambito legale. Per esempio, è un elemento importante della norma tecnica UNI EN 16798-1, che ha stabilito i requisiti per la qualità dell’aria, oltre che di altri parametri di comfort ambientale interno (come la temperatura, l’illuminazione e i livelli acustici). Tali requisiti devono essere considerati sia per la progettazione e il calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici, sia per la ventilazione. La norma, entrata in vigore nel 2019, è stata recepita dall’Italia nel 2025, stabilendo quali criteri e valori della legge europea utilizzare nel nostro Paese. I fattori considerati includono il numero delle persone presenti in una stanza, gli inquinanti emessi dai materiali da costruzione, dai mobili e dagli arredi, e la quantità di CO2 nell’aria.
Per la progettazione occorre tenere conto anche della qualità dell’aria esterna e, per gli edifici non residenziali, la UNI EN 16798-3:2025 prevede che, se l’edificio si trova in una zona inquinata, l’aria immessa dall’esterno venga filtrata in modo più efficace e che le prese d’aria siano collocate, quando possibile, lontano dalle principali sorgenti di inquinamento. La versione del 2025 dedica inoltre uno spazio specifico alla filtrazione dell’aria ricircolata per ridurre il rischio di trasmissione di virus e altri microrganismi attraverso l’aria.
Nel 2026 è entrata in vigore anche una norma europea dedicata alla ventilazione meccanica degli edifici scolastici, pensata per conciliare la qualità dell’aria interna con il risparmio energetico.
Stefano Dalla Casa