Dopo un cancro alla prostata l’uomo deve affrontare gli effetti collaterali

Quando si riceve una diagnosi di questo tipo, sul momento si pensa solo a guarire. L'intervento e le terapie farmacologiche qualche volta provocano danni all'attività sessuale e alla continenza urinaria. Imparare a parlarne è il primo passo per cercare una soluzione

Il tumore della prostata colpisce ogni anno in Italia circa 25.000 uomini. Nella maggior parte dei casi non è una forma aggressiva e raramente, se presa per tempo, dà luogo a metastasi. Malgrado ciò, può lasciare strascichi tutt'altro che piacevoli, in particolare come conseguenza degli interventi chirurgici.

"Dopo tre mesi, con la chirurgia classica, anche nelle mani dei migliori medici, circa quattro pazienti su dieci soffrono di incontinenza urinaria e dopo un anno il sintomo persiste in più di due casi su dieci" spiega Ottavio de Cobelli, direttore della Divisione di urologia dell'Istituto europeo di oncologia di Milano. "Più problematica ancora è la perdita della potenza sessuale: dopo tre mesi dall'asportazione del tumore, sono ben otto su dieci gli uomini che soffrono di impotenza, e sei su dieci continuano ad avere problemi anche dopo un anno".

La ragione per cui tutto ciò avviene è anatomica: il fascio di nervi che regola la continenza urinaria, la funzione vescicale e lo stimolo dell'erezione passa esattamente al centro della ghiandola e togliere la prostata senza intaccarlo è molto difficile e, spesso, francamente impossibile. La chirurgia non è però l'unica responsabile del danno ai nervi: anche la radioterapia locale, necessaria in alcuni casi di tumore più avanzato o aggressivo, può avere lo stesso effetto, così come le terapie ormonali consigliate per evitare le recidive. Queste ultime, pur non interferendo con la trasmissione nervosa, inibiscono la produzione di testosterone (l'ormone maschile) e quindi rendono difficoltosa l'erezione.

Parlarne è la prima cura

L'eredità di un tumore, anche se preso per tempo, può quindi essere particolarmente pesante dal punto di vista sia fisico sia psicologico. "Se si utilizza una tecnica chirurgica che risparmia i nervi, si può avere un recupero della potenza sessuale entro un anno dall'intervento. Dopo tale lasso di tempo bisogna utilizzare terapie di tipo andrologico per risolvere il problema" spiega de Cobelli.

Gli uomini non sono abituati a parlare dei loro disturbi sessuali e questo rende il trattamento dell'impotenza postchirurgica particolarmente complesso, come racconta Dana Jennings, giornalista del New York Times che dal 2008 parla della propria malattia sul sito web del quotidiano statunitense. "Non ho risparmiato nulla ai miei lettori: né il panico per la diagnosi - ricevuta a soli cinquant'anni - né la vergogna e la mortificazione che ho provato quando mi sono accorto di aver bisogno di portare un pannolino per l'incontinenza e di non riuscire più ad avere rapporti sessuali. Ma è attraverso la confessione pubblica che ho trovato la forza di rivolgermi agli specialisti giusti per trovare una soluzione, seppure parziale".

Le terapie per l'impotenza postchirurgica non sono molto diverse da quelle per la forma psicogena: dall'uso di farmaci per l'erezione (che però in alcuni casi possono interferire con sostanze utilizzate per curare la malattia) all'inserimento di protesi idrauliche nelle forme più gravi. Secondo le stime della Prostate Cancer Foundation, un ente non profit statunitense che promuove la ricerca su questo tipo di tumore ma anche sui rimedi per ovviare alle conseguenze delle cure, con tutte le armi a disposizione un buon andrologo può risolvere il problema nella quasi totalità dei casi.

Riabilitazione, farmaci e chirurgia

Anche per quanto riguarda l'incontinenza urinaria è possibile intervenire, sia con esercizi di riabilitazione della vescica sia con farmaci come gli alfa bloccanti. Molto spesso il disturbo è peggiorato da fenomeni irritativi dovuti alla radioterapia locale: in questi casi basta aspettare che l'irritazione passi per recuperare la continenza. Se invece il danno dipende dai nervi, è possibile ricorrere a tecniche di chirurgia plastica.

La più semplice consiste in un'iniezione di collagene nell'uretra, il canale che conduce l'urina dalla vescica verso l'esterno. In questo modo il calibro di questo tubicino si restringe, trattenendo l'urina. È un intervento molto semplice ma riesce purtroppo solo nella metà dei casi. Inoltre, poiché il collagene viene riassorbito dall'organismo, va ripetuto nel tempo.

Altre tecniche sono allo studio e vanno valutate individualmente con un urologo esperto. Infine, molti pazienti si trovano ad affrontare gli effetti collaterali delle terapie ormonali il cui scopo è bloccare la produzione di testosterone, l'ormone maschile che funge anche da "fertilizzante" per il tumore. Il paziente manifesterà i sintomi dell'andropausa: perdita di massa ossea, difficoltà sessuali, perdita del desiderio, vampate di calore. Anche in questi casi è necessario parlarne con un andrologo specializzato: esistono infatti diverse strategie possibili, come per esempio la terapia ormonale a intermittenza, che prevede periodi di soppressione farmacologica del testosterone alternati a periodi di interruzione dei farmaci - in cui l'ormone torna a livelli normali - che vanno però studiate caso per caso.

Un aiuto dal robot

Il gruppo di Ottavio de Cobelli, grazie a un accordo con il Florida Hospital di Orlando (negli Stati Uniti) ha acquisito particolare competenza in una tecnica chirurgica che prevede l'asportazione della prostata con l'aiuto del robot Da Vinci, una macchina che consente interventi di grande precisione. Nel 2009 il gruppo dell'IEO ha pubblicato sul British Journal of Urology i risultati ottenuti con un primo gruppo di pazienti: a tre mesi dall'operazione, se il tumore è in fase iniziale, l'incontinenza urinaria affligge il 30 per cento degli uomini operati col Da Vinci contro il 37 per cento di coloro che sono stati operati con la chirurgia classica. A un anno dall'intervento i disturbi urinari sono praticamente spariti in tutti i casi, mentre sono ancora presenti nel 12 per cento dei pazienti operati con la tecnica classica. Per quel che riguarda le difficoltà sessuali, col robot, dopo un anno, hanno problemi quattro pazienti su dieci contro i sei su dieci operati senza robot. In tutta Italia sono disponibili già oltre 25 robot Da Vinci, molti dei quali sono utilizzati proprio per la chirurgia prostatica.

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Ultimo aggiornamento domenica 31 ottobre 2010.

Autore: Daniela Ovadia

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