Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2026
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Secondo i dati di uno studio dell’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM), nel 2025 sono stati stimati circa 5.330 nuovi casi di tumore dell’ovaio in Italia. Rimane ancora elevato anche il numero dei decessi: il tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi si attesta infatti intorno al 42,5%.
La chirurgia continua ad avere un ruolo centrale nel trattamento del tumore ovarico. Quando la malattia viene diagnosticata in fase iniziale, può infatti essere curativa in circa il 70% dei casi. Tuttavia, anche nelle pazienti con tumore in stadio iniziale, dopo l’intervento viene generalmente prescritta una chemioterapia adiuvante, a causa del rischio di recidiva della malattia, stimato intorno al 25-30%.
Dal punto di vista farmacologico, la chemioterapia a base di derivati del platino e di taxani rappresenta ancora oggi uno dei pilastri del trattamento, anche se negli ultimi anni la ricerca ha portato allo sviluppo di importanti innovazioni terapeutiche. Sono state sperimentate nuove combinazioni di chemioterapici, come l’associazione tra trabectedina e doxorubicina liposomiale peghilata, differenti modalità di somministrazione della terapia – per esempio settimanale anziché ogni 3 settimane – e la somministrazione intraperitoneale dei farmaci antitumorali. A queste strategie si sono aggiunti farmaci antiangiogenici, come l’anticorpo monoclonale bevacizumab.
Un ulteriore importante passo avanti è stato lo sviluppo degli inibitori di PARP (olaparib, niraparib e rucaparib), efficaci contro tumori associati a deficit della ricombinazione omologa e a mutazioni ereditarie a carico dei geni BRCA1 e BRCA2, alterazioni genetiche note per aumentare il rischio di sviluppare non solo il tumore al seno, ma anche dell’ovaio, del pancreas e della prostata. Sono inoltre in corso numerose sperimentazioni cliniche sull’immunoterapia e sull’utilizzo di farmaci a bersaglio molecolare di nuova generazione, i cosiddetti anticorpi farmaco-coniugati (ADC).
Nonostante i progressi, l’efficacia delle strategie terapeutiche attualmente disponibili resta ancora limitata dal fatto che la maggior parte delle pazienti riceve la diagnosi quando la malattia è già in stadio avanzato. Per sfruttare pienamente le terapie oggi disponibili è quindi fondamentale migliorare le strategie di diagnosi precoce, che consentono di trovare il tumore quando è più facile da curare.
Il tumore dell’ovaio è una malattia particolarmente insidiosa. Nella maggior parte dei casi si manifesta con sintomi aspecifici, come disturbi gastrointestinali, gonfiore addominale o sintomi urinari, che tendono a ritardare la diagnosi. Quando questi segnali diventano sufficientemente evidenti da richiedere approfondimenti clinici, il tumore è spesso già in fase avanzata.
Si stima che soltanto il 20% circa dei tumori ovarici venga diagnosticato in fase precoce, quando la malattia è ancora confinata all’ovaio. In questi casi la sopravvivenza a 5 anni può raggiungere il 90%.
Per quanto noto finora, i controlli ginecologici standard, come l’esame pelvico e il Pap test, non sono efficaci per l’identificazione precoce del tumore ovarico.
L’ecografia transvaginale ha mostrato una certa utilità in alcuni studi, ma tende anch’essa a identificare tumori già relativamente in stadio avanzato. Analogamente il dosaggio nel sangue del CA-125, un marcatore tumorale i cui livelli nel sangue possono risultare aumentati nelle donne con tumore ovarico, presenta limiti importanti. Sebbene possa contribuire a orientare il sospetto diagnostico, il test non è sufficientemente accurato per essere utilizzato come esame di screening per la diagnosi precoce nella popolazione generale, poiché può produrre numerosi risultati falsamente positivi.
La difficoltà nell’identificare strumenti di screening efficaci per ridurre la mortalità associata al tumore ovarico è stata evidenziata anche dai risultati dello studio The United Kingdom Collaborative Trial of Ovarian Cancer Screening (UKCTOCS), pubblicati sulla rivista Lancet nel 2021. I risultati dello studio, in cui oltre 200.000 donne sono state seguite per più di 16 anni, hanno mostrato che programmi di screening basati sul dosaggio del CA-125 o sull’ecografia transvaginale potrebbero aumentare la percentuale di tumori diagnosticati in stadio iniziale. Lo screening è stato inoltre associato a una riduzione del 10% circa dei tumori diagnosticati negli stadi III e IV, ovvero quelli più avanzati. Tuttavia, tale approccio non ha permesso di osservare una significativa riduzione della mortalità legata alla malattia.
La ricerca si sta quindi concentrando sull’identificazione di nuovi biomarcatori ematici che possano essere utilizzati, singolarmente o in combinazione con le tecniche già disponibili, in futuri programmi di screening.
In alcuni studi si stanno valutando nuove strategie per distinguere le masse ovariche benigne da quelle maligne. Tra queste vi sono le analisi proteomiche del siero e il cosiddetto “naso elettronico”, descritto da un gruppo di ricercatori attivi in Italia in un articolo pubblicato sulla rivista Cancers. Secondo i risultati preliminari di questo studio, la tecnologia, basata sull’analisi dei composti volatili emessi con il respiro, potrebbe aiutare a distinguere con buona accuratezza le donne con tumore ovarico da quelle prive di masse ovariche. Tuttavia, tali dati dovranno essere confermati in studi clinici più ampi.
I risultati di un altro studio, pubblicati nel 2022 sulla rivista JMIR Public Health and Surveillance, suggeriscono che l’analisi dei farmaci da banco acquistati dalle donne possa contribuire a una diagnosi più tempestiva del tumore ovarico. Secondo lo studio, le donne che acquistavano più frequentemente alcuni farmaci da banco – presumibilmente per trattare alcuni sintomi riconducibili al cancro ovarico– presentavano un rischio maggiore di ricevere successivamente una diagnosi rispetto a quelle che ne acquistavano meno. Le differenze emergevano fino a 8 mesi prima della diagnosi clinica, suggerendo un possibile valore predittivo di questo comportamento.
Un’ulteriore area di ricerca riguarda l’analisi del DNA tumorale nei campioni raccolti mediante Pap test. I risultati di uno studio sostenuto dalla Fondazione Alessandra Bono e da AIRC, pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine, hanno mostrato che specifiche alterazioni genomiche tipiche del carcinoma ovarico possono essere rilevate in tamponi cervicali raccolti anni prima della diagnosi clinica, con una sensibilità retrospettiva del 75% e un tasso di falsi positivi inferiore al 4%. I risultati suggeriscono, dunque, la possibilità futura di sviluppare un test non invasivo e facilmente applicabile su larga scala per la diagnosi precoce del tumore dell’ovaio, anche se saranno necessari studi prospettici più ampi per confermarne l’efficacia come strumento di screening.
Al momento, infatti, non è ancora disponibile un metodo di screening efficace e validato per la diagnosi precoce del tumore ovarico e per questa ragione non esistono attualmente programmi di screening raccomandati nella popolazione generale.
Nelle donne con rischio particolarmente elevato per caratteristiche genetiche o storia familiare, la rimozione chirurgica delle ovaie può rappresentare una strategia di prevenzione per ridurre il rischio di ammalarsi. Si tratta però di una scelta radicale, che comporta conseguenze importanti e che non elimina completamente il rischio di sviluppare la malattia. Per questo deve essere discussa approfonditamente con lo specialista.
In questo contesto, un gruppo di ricerca inglese ha valutato, in uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology, l’efficacia di una strategia preventiva chirurgica in fasi nelle donne ad alto rischio. L’approccio prevede inizialmente la rimozione delle tube di Falloppio con conservazione delle ovaie e successivamente, dopo la menopausa, l’asportazione anche delle ovaie. Questa strategia potrebbe consentire una riduzione parziale del rischio evitando, almeno temporaneamente, gli effetti negativi della menopausa precoce.
Il 69% delle donne in premenopausa che non avevano effettuato la chirurgia preventiva tradizionale ha dichiarato di essere disponibile a partecipare a uno studio clinico che prevede il ricorso a questo tipo di approccio chirurgico da completare in menopausa.
Autore originale: Agenzia Zoe
Revisione di Sofia Corradin in data 30/09/2026
Agenzia Zoe