Si diffonde anche in Italia
l'uso di chiedere una seconda opinione in caso di diagnosi
complesse. Lo fanno i medici, ma possono farlo anche i pazienti
Chi riceve una diagnosi complessa e impegnativa come quella di
cancro spesso desidera conferme da medici diversi da quello che lo
ha in cura. È un bisogno psicologico comprensibile eppure un tempo
chiedere quello che oggi si chiama un "secondo parere", ovvero
l'opinione di un altro medico sia sulla diagnosi sia eventualmente
sulla terapia, era considerato quasi una dichiarazione di sfiducia
nei confronti del primo curante. Per fortuna le cose non stanno più
così: la sempre maggiore specializzazione della medicina ha fatto
sì che i medici stessi ricorrano, con sempre maggior frequenza,
all'opinione di un collega che magari ha visto più casi di quella
malattia.
Non solo: anche i pazienti oggi possono contare su servizi di
secondo parere strutturati presso i maggiori centri oncologici
nazionali, e organizzati in modo da fornire al medico curante il
supporto necessario alla presa in carico dei casi più
complessi.
Poter contare su più di un'opinione è un diritto del paziente, non
un lusso: è importante però scegliere con attenzione il referente,
nulla a che vedere con il "giro delle sette Chiese", ovvero la
sorta di pellegrinaggio presso il maggior numero di medici
possibili, indipendentemente dalla loro formazione.
Il problema dei vetrini
Da qualche anno anche in Italia si sta sempre più diffondendo la
richiesta del secondo parere sui referti istologici di biopsie o
interventi chirurgici. Si ricorre a un secondo parere soprattutto
in ambito oncologico dove è l'anatomopatologo a definire se il
tessuto sospetto è di natura maligna o benigna e a determinare le
caratteristiche della lesione necessarie per definire poi prognosi
e cura.
"Nonostante tutti i progressi che sono stati fatti in medicina e
in oncologia negli ultimi anni, in particolare sugli oncogeni e in
generale nel campo della biologia molecolare, resta il fatto che il
95 per cento o più delle diagnosi di cancro si fanno in base a
quello che vede il patologo al microscopio sui vetrini di tessuti
ottenuti con le biopsie o negli interventi" spiega Juan Rosai, ex
direttore del Dipartimento di anatomia patologica dell'Istituto
nazionale tumori di Milano dopo una lunga carriera negli Stati
Uniti presso le maggiori università e centri oncologici, oltre che
uno dei massimi esperti in materia seconda opinione. "La diagnosi
definitiva viene fatta dal patologo in base all'aspetto delle
sezioni istologiche. Se non si ha una diagnosi corretta non si può
nemmeno proporre una terapia o pensare di fare una prognosi
accurata. Non tutti i patologi, però, si sentono sufficientemente
preparati su determinate malattie, oppure hanno dei dubbi su alcuni
tumori rari o facilmente confondibili con altre patologie. Allora
chiedono un secondo parere a un centro specializzato. Un altro
motivo per cui si chiede un secondo parere è nel caso vi sia un
disaccordo sulla diagnosi tra medici dello stesso
laboratorio".
Le sempre più frequenti richieste di un secondo parere sono state
al centro di un acceso dibattito fra specialisti e media, tanto da
aver meritato un lungo articolo sul New York Times. "Il secondo
parere ha indubbiamente salvato molte vite e sta acquisendo sempre
più importanza anche per la crescente attenzione sugli errori
medici. Ma, va detto, può essere scomodo sia per il medico sia per
il paziente" spiega Robert Klitzaman, psichiatra al Medical Center
della Columbia University. "Alcuni studi hanno esaminato la
frequenza e l'efficacia dei secondi pareri in relazione a procedure
invasive come la biopsia e la chirurgia dei tumori. Per il 30 per
cento dei pazienti che volontariamente richiedono il secondo parere
e per il 18 per cento di richieste che provengono dalle compagnie
assicurative, il secondo medico risulta essere in disaccordo con il
primo".
La diagnosi premia l'esperienza
Per certi tipi di tumore difficili da diagnosticare, il ricorso
al secondo parere può davvero essere di grande utilità. "Un bravo
specialista non deve sentirsi sminuito nel domandare l'opinione di
un collega" prosegue Rosai. "Agli anatomopatologi andrebbe ribadito
che è praticamente impossibile per ognuno di loro conoscere tutte
le variabili morfologiche che si riscontrano nei tessuti tumorali e
la loro corretta interpretazione. Per fortuna in questi ultimi anni
l'atteggiamento è un po' cambiato, ma siamo ancora ben lontani dai
livelli degli Stati Uniti".
Se usato con buon senso, dunque, il secondo parere aumenta la
probabilità di fare delle diagnosi più accurate e quindi anche di
suggerire cure più appropriate. L'incertezza nel definire una
malattia e il trattamento migliore dipende dal tipo di lesione con
cui l'anatomopatologo ha a che fare. Un esempio possono essere
alcune lesioni della mammella dove il confine tra benignità e
malignità è estremamente sottile.
La scelta è del malato
È utile chiedere un secondo parere per diagnosi importanti, per
interventi chirurgici invasivi e in generale in tutti quei casi in
cui la vita della persona è esposta a un serio rischio. In
generale, comunque, una seconda opinione viene richiesta quando il
paziente o i familiari vogliono una conferma di quanto è stato
detto loro. Se negli Stati Uniti sono quasi sempre i patologi a
volerci vedere più chiaro, in Italia accade esattamente l'opposto:
nell'80-90 per cento dei casi sono i pazienti stessi a richiedere
una consulenza aggiuntiva a prescindere da quanto possa aver loro
detto il medico.
La procedura, nel caso sia il paziente stesso a prendere
l'iniziativa, consiste nel recarsi all'ospedale dove è stata fatta
la biopsia, richiedere i vetrini e portarli personalmente o
inviarli per posta (nel caso che nella città dove si vive nessun
ospedale offra un servizio di secondo parere) all'esperto
prescelto. Dopodiché il paziente decide se proseguire l'iter
terapeutico che gli era stato prospettato all'inizio o se cambiare
tipo di terapia nel caso che dalla seconda visita sia emerso un
suggerimento diverso. Di norma, comunque, queste visite si
concludono con la conferma dell'iter terapeutico già in
corso.
Il punto dolente, però, è che spesso il secondo parere è
ottenibile solo a pagamento, perché il Servizio sanitario nazionale
non riconosce automaticamente questo diritto. È però sempre
possibile farsi fare una normale impegnativa per visita oncologica
dal proprio medico di famiglia e seguire i percorsi (e, purtroppo,
i tempi di attesa) di una normale prima visita convenzionata. È il
paziente, però, che deve decidere di chi fidarsi in caso di pareri
discordanti. Avere dieci opinioni non è, infatti, meglio che averne
avute "solo" tre, anche perché spesso gioca un ruolo importante la
relazione che si è instaurata con un certo medico. In Italia le
strutture che hanno al loro interno un servizio dedicato di secondo
parere sono una trentina, di cui circa una ventina al centro-nord e
le rimanenti al sud.
Le domande del paziente:
-Quale tumore può essere diagnosticato con il tipo di esame che mi
propone?
-Quanto è affidabile l'esame che mi è stato consigliato?
-Quante persone all'anno sono colpite dal tipo di cancro che mi è
stato diagnosticato?
-Potrò essere curato e guarito?
-La terapia che mi hanno proposto è scientificamente
provata?
-Perché è necessario questo tipo di trattamento?
-Quali sono gli effetti collaterali della terapia?
-Se decidessi di non seguire il trattamento propostomi a che
rischi vado incontro?
-Esistono delle buone alternative alla terapia consigliatami?