Tumore del fegato: individuato un nuovo meccanismo di resistenza al farmaco sorafenib

Ricercatori di Bari hanno descritto in che modo la laminina 332, una proteina della matrice extracellulare, protegge il tumore dal farmaco: un'informazione che potrebbe essere utile a fini terapeutici.

Titolo originale dell'articolo: Hepatic stellate cells induce hepatocellular carcinoma cell resistance to sorafenib through the laminin-332/α3 integrin axis recovery of focal adhesion kinase ubiquitination

Titolo della rivista: Hepatology

Data di pubblicazione originale: 1 gennaio 1970

C'è, al momento, un solo farmaco biologico approvato per il carcinoma epatocellulare, il tumore primario del fegato, e impiegato nei casi più gravi di malattia: è il sorafenib, che agisce inducendo l'apoptosi (il suicidio) delle cellule tumorali. Purtroppo, però, dopo qualche mese di terapia molti pazienti diventano resistenti al trattamento.

Capire quali sono i meccanismi molecolari che portano alla resistenza è fondamentale, sia per mettere a punto nuove strategie terapeutiche in grado di aggirare il problema, sia per cercare di offrire a ogni malato il trattamento più adeguato, in un'ottica di medicina personalizzata. Un significativo passo in avanti in questa direzione lo ha compiuto il gruppo di ricerca di Gianluigi Giannelli, direttore scientifico dell'Irccs De Bellis di Castellana Grotte (Bari), individuando un nuovo meccanismo molecolare coinvolto in questo fenomeno. Lo studio, reso possibile dal contributo fondamentale di AIRC, è stato pubblicato su Hepatology.

"Per la prima volta - spiega lo studioso - abbiamo chiarito come funziona esattamente il sorafenib, che agisce attivando un meccanismo di degradazione di una proteina chiamata FAK, coinvolta nella progressione del tumore stesso". Capito questo, Giannelli e colleghi si sono concentrati sui dettagli del meccanismo di resistenza.

Al centro di tutto c'è la proteina laminina 332una componente della matrice extracellulare (la rete di molecole nella quale sono immerse le cellule di ogni tessuto). "Con esperimenti in vitro abbiamo verificato che cellule tumorali poste in contatto con particolari cellule epatiche in grado di produrre la laminina 332 diventano resistenti al sorafenib" spiega Giannelli. Già, ma perché? "Abbiamo verificato che la laminina esercita il suo effetto protettivo attraverso recettori posti sulla superficie delle cellule tumorali come l'integrina α3β1. Il legame tra la laminina e questo recettore impedisce la degradazione della proteina FAK anche in presenza del sorafenib". In effetti i dati raccolti mostrano chiaramente che inibendo sia l'integrina α3β1 sia la via molecolare nella quale è coinvolta FAK si perde l'effetto protettivo esercitato dalla laminina sulla cellula tumorale".

Quelli individuati sono dunque una serie di passaggi strategici che di sicuro varrà la pena di indagare meglio anche con esperimenti in tessuti umani. L'obiettivo è comprendere se le molecole individuate possano essere utilizzate per indirizzare i pazienti alla terapia più adeguata e se possano anche diventare nuovi bersagli terapeutici.

  • Autori:

    Valentina Murelli

  • Data di pubblicazione:

    1 ottobre 2016