Nuove prove a favore della combinazione tra terapie a bersaglio molecolare e anticorpi anti-PD1 nel melanoma

Nuove prove a favore della combinazione tra terapie a bersaglio molecolare e anticorpi anti-PD1 nel melanoma

L'eventuale ripresa della malattia sembra ritardata quando terapie a bersaglio molecolare e anticorpi anti-PD1 sono associati in esperimenti di laboratorio. L'azione degli anticorpi sembra essere diretta contro un gruppo particolare di cellule del tumore.

Titolo originale dell'articolo: BRAF and MEK inhibitors increase PD1-positive melanoma cells leading to a potential lymphocyte-independent synergism with anti-PD1 antibody

Titolo della rivista: Clinical Cancer Research

Data di pubblicazione originale: 12 aprile 2018

Esperimenti con cellule e animali di laboratorio suggeriscono la possibilità di aggiungere anticorpi anti-PD1 per prolungare l'effetto della terapia mirata con inibitori di BRAF e MEK nei pazienti con melanoma caratterizzato da mutazioni del gene BRAF. Lo studio è stato condotto con un tipo particolare di cellule di melanoma, quelle con il recettore PD1, dal gruppo di ricerca di Dario Sangiolo dell'Università di Torino e dell'Istituto di Candiolo FPO-IRCCS.

Il recettore PD1 è noto soprattutto come bersaglio di immunoterapia. Come spiega Sangiolo, "questo recettore è tipicamente presente sui linfociti, che tende a inattivare proprio nel momento in cui dovrebbero attaccare un tumore. Bloccando invece il recettore con anticorpi monoclonali specifici si ripristina l'attività antitumorale dei linfociti stessi". Il recettore PD1 è presente anche in una piccola frazione di cellule tumorali di melanoma (circa l'1%) ed è proprio su queste cellule che si è concentrata l'attenzione di Sangiolo e colleghi.

"Sono cellule particolari, per molti versi simili alle staminali tumorali" afferma il ricercatore. "Abbiamo scoperto che nei melanomi con mutazione di BRAF queste cellule tendono ad aumentare dopo una terapia mirata con inibitori di BRAF e MEK, passando al 7-10% del totale. Da qui l'idea che possano essere coinvolte nella ripresa della malattia, che può verificarsi anche a distanza di anni dal trattamento. Poiché esistono anticorpi contro PD1, ci siamo chiesti che effetto avrebbero avuto se utilizzati direttamente contro queste cellule tumorali, al di fuori di un approccio di immunoterapia".

Dopo i primi esperimenti con cellule in coltura, i ricercatori hanno lavorato con topolini da laboratorio con la malattia e senza linfociti: alcuni sono stati trattati con anticorpi anti-PD1, altri con inibitori di BRAF e MEK e altri ancora con una combinazione delle due terapie. Mentre nel primo gruppo non c'è stato effetto sulla malattia, nel terzo si è osservato un ritardo della ripresa del tumore, a indicare un prolungamento dell'effetto della terapia mirata. "Sono già in corso sperimentazioni cliniche basate sulla combinazione tra terapie a bersaglio molecolare e anticorpi anti-PD1" commenta Sangiolo. "Questi risultati offrono una ragione in più per proseguire su questa strada". La ricerca è stata condotta grazie al sostegno di AIRC e i risultati sono pubblicati sulla rivista Clinical Cancer Research.

  • Autori:

    Valentina Murelli

  • Data di pubblicazione:

    12 aprile 2018