L'applicazione della teoria evolutiva allo studio dell'oncologia ha consentito di superare alcuni scogli teorici e ha portato ai primi risultati concreti
“Perché le balene non muoiono tutte di cancro?”, si è chiesto qualche anno fa il noto epidemiologo Richard Peto. In effetti, dal momento che nell’organismo umano vi sono decine di migliaia di miliardi di cellule (per l’esattezza 10 alla quattordicesina potenza) e che in ogni momento si verificano migliaia di mutazioni spontanee del DNA – tra cui alcune potenzialmente oncogene – si potrebbe pensare che grandi animali come le balene, che hanno un numero di cellule ancora più elevato, siano condannati inesorabilmente a morire di cancro. Eppure non è così.

E non bastano i meccanismi, di cui pure la natura ci ha dotato e che riparano gli errori del DNA o eliminano le cellule fallate, a spiegare questo mistero, dato che la loro efficienza è piuttosto bassa. Non solo: dal momento che non basta una sola mutazione per dar origine a un tumore, ma ne servono, secondo le teorie più accreditate, almeno sei nella stessa cellula, si potrebbe ritenere altrettanto valido il paradosso contrario, ovvero che la probabilità che si verifichino sei mutazioni concomitanti nella stessa cellula di un organismo complesso sono talmente piccole da rendere pressoché impossibile la comparsa di un tumore.
“È proprio partendo dalla consapevolezza
di questi paradossi che la ricerca sul cancro ha cominciato a utilizzare
lo studio dell’evoluzione per spiegare la comparsa e la sopravvivenza
delle cellule tumorali nel corpo umano”
spiega Gianfranco Peluso, direttore dell’Unità di nanotecnologie
genetiche e terapia cellulare dell’Istituto per la biochimica
delle proteine del CNR di Napoli.
“In sostanza è
un errore considerare come causa unica del cancro la mutazione di
un gene, perché
per fare in modo che da questo primo evento si sviluppi effettivamente
una malattia è
necessario che l’ambiente interno all’organismo eserciti
una pressione selettiva sulle diverse cellule, fino a selezionare
quelle che, per qualche ragione, hanno un vantaggio rispetto alle
altre e si riproducono in fretta”.
In pratica avviene all’interno del corpo umano ciò che
avviene in natura a livello di specie animali e vegetali: esse si
modificano e si adattano nel tempo all’ambiente in cui vivono,
alle risorse di cui dispongono e alle altre specie con le quali interagiscono
e la selezione naturale fa in modo che solo gli individui più adatti
a un determinato contesto sopravvivano, a discapito dei più deboli.
“La teoria dell’evoluzione applicata al cancro ha anche
il vantaggio di decolpevolizzare il paziente per ciò che gli
sta accadendo. Spesso i malati si chiedono: perché proprio
a me? La risposta del medico è: perché ha subito una
mutazione genetica.
La verità è che la mutazione da sola non basta, è
necessaria ma non sufficiente. Bisogna che la spinta ambientale all’interno
dell’organismo favorisca il cancro perché questo si
sviluppi. La risposta corretta alla domanda
‘perché io?’ è, purtroppo, ‘per sfortuna’.
Tutti noi siamo potenzialmente a rischio ma solo alcuni si ammaleranno”.
LE RICADUTE PRATICHE
Applicare la teoria dell’evoluzione allo studio
dei tumori non è solo un esercizio filosofico, ma apre nuove
prospettive di ricerca e nuovi approcci. Nel campo delle metastasi,
l’analisi sulla base della teoria della selezione ha permesso,
per esempio, di scoprire come e perché le cellule di un certo
tumore vanno a colonizzare un certo tipo di organo lontano e non
un altro, in relazione all’ambiente di cui hanno bisogno per
esprimere al meglio le loro caratteristiche maligne.
Un altro campo di ricerca molto promettente è quello del cosiddetto
imprinting ambientale: così come teorizzava lo stesso Darwin,
alcune caratteristiche genetiche dell’ambiente primigenio da
cui proviene un organismo si mantengono inalterate anche dopo il
fenomeno di selezione, come una sorta di ‘peccato originale’.
Le cellule tumorali, che nascono in un ambiente a basso contenuto
di ossigeno, consumano zuccheri per nutrirsi con un processo metabolico
particolare, che si chiama glicolisi aerobia.
Sono già in corso studi per mettere a punto farmaci in grado
di bloccare la glicolisi aerobia e quindi di uccidere le cellule
tumorali dovunque si trovino nell’organismo e qualunque caratteristica
abbiano assunto nel frattempo.
LA MEDICINA DEL DIVENIRE
Il caso del cancro è il più
eclatante, ma è chiaro che è
possibile rileggere tutte le malattie dal punto di vista evoluzionistico.
“Si parla oggi di medicina evoluzionistica, una medicina che
si pone il problema delle cause remote che determinano la salute
e la malattia” afferma Gilberto Corbellini, professore di storia
della medicina presso l’Università La Sapienza di Roma.
“Il punto di vista evoluzionistico rifiuta l’idea, abbastanza
diffusa tra i fisiologi e gli anatomisti, che il nostro corpo è costruito
in maniera ottimale. In realtà, in quanto risultato del lavoro
cieco della selezione naturale, siamo pieni di difetti, di imperfezioni:
cominciando dai rischi del parto per arrivare alle lombosciatalgie,
senza dimenticare l’inefficienza dei processi di riparazione
del DNA, che mettono in moto la serie di eventi che portano al cancro”.
Da una prospettiva evoluzionistica, il tumore nel suo insieme può essere
visto come una popolazione composta da tanti individui, le singole
cellule, che competono tra di loro per lo spazio e le risorse, che
devono sfuggire ai predatori (il sistema immunitario) e che, in alcuni
casi particolari (le metastasi), lasciano la loro popolazione di
origine per colonizzare altri ambienti, proprio come accade in natura
tra le specie animali.
“Oggi il pensiero di Charles Darwin continua a essere largamente
ignorato dai medici e nelle scuole che insegnano la medicina, ma
non dalla ricerca biomedica, inclusa l’oncologia molecolare” spiega
Corbellini. “Infatti, non solo è
comunemente riconosciuto che l’origine del cancro è una
conseguenza della naturale vulnerabilità dei nostri processi
fisiologici, ma il principio darwiniano della selezione viene usato
per spiegare la capacità delle cellule tumorali di evolvere
verso una crescente malignità e sviluppare resistenza ai trattamenti.”
Per comprendere questi concetti, è necessario tener presente
che le forze evolutive agiscono sulla ‘popolazione cancro’ a
diversi livelli. Le cellule che compongono i tessuti sono infatti
organizzate secondo precise regole di convivenza, come una vera comunità,
ma può succedere che alcune di esse a un certo punto si trasformino
e subiscano una mutazione. Questo evento non porta necessariamente
al cancro: esistono mutazioni che non hanno alcun effetto (mutazioni
silenti), altre che addirittura portano alla morte della cellula
e altre ancora che vengono riconosciute ed eliminate dai meccanismi
di riparazione cellulare.
Ci sono però mutazioni che conferiscono un vantaggio evolutivo
alla cellula, ovvero la rendono più
forte o comunque più adatta a vivere in un determinato contesto
e, nel caso del cancro, spesso tali mutazioni sono a carico dei geni
che controllano la crescita e la morte cellulare. Secondo le leggi
della selezione naturale queste cellule mutate avranno la meglio
su quelle non mutate. Ma cosa determina l’insorgere di una
mutazione? Un’ipotesi sostiene che, come negli ecosistemi più grandi,
anche nel tumore le mutazioni si presentino in maniera casuale, per
errori nei meccanismi di replicazione del DNA, ma il caso da solo
non basta a spiegare tutto. Occorre, come già detto, che giochino
un ruolo anche gli stimoli esterni e l’ambiente in cui la cellula
si trova.
LE RAGIONI DELLE RESISTENZE
Le terapie utilizzate nella cura del cancro a volte
si rivelano inefficaci perché all’interno del tumore
alcune cellule possono subire una mutazione che le rende resistenti
al farmaco. Saranno proprio queste a essere selezionate, rendendo
inutile la terapia.
“È del tutto coerente con la rappresentazione evoluzionistica
il fatto che le diagnosi e gli interventi più precoci siano
i più efficaci”
afferma Corbellini, sottolineando l’importanza di agire prima
che insorgano mutazioni che rendano la cellula resistente al trattamento.
Non si può dunque parlare di tumore senza prendere in considerazione
il microambiente che lo circonda. Le cellule cancerose interagiscono
in modo continuo con l’ambiente esterno, vi si adattano o cercano
di modificarlo a proprio vantaggio, per esempio costringendo le cellule
circostanti a rilasciare fattori di crescita o stimolando la creazione
di nuovi vasi sanguigni. Con le terapie è possibile però agire
sull’ambiente in cui il tumore cresce e introdurre nuove forze
evolutive per provocare una sorta di selezione artificiale.
“Esistono già diverse linee di ricerca e aspettative
terapeutiche che sono coerenti con un approccio evolutivo” chiarisce
Corbellini.
“Se si riesce a impedire che il tumore induca cambiamenti nell’ambiente
che ne favoriscono la proliferazione, si potrebbe arrivare a una
condizione in cui il tumore c’è, ma non si sviluppa
la malattia”. Inoltre, almeno in teoria, è
possibile applicare terapie che mirano a selezionare solo le cellule
sensibili ai farmaci o che modificano la competizione tra cellule
cancerose e non cancerose. La strada da percorrere per riuscire a
comprendere i meccanismi di origine e crescita del tumore è ancora
lunga, ma la teoria evoluzionistica fornisce almeno un nuovo punto
di vista.
“Conduce a pensare il cancro non come qualcosa di tragicamente
eccezionale, ma come un rischio del tutto naturale che dipende dal
fatto che siamo organismi multicellulari dove è statisticamente
inevitabile che qualche elemento si ribelli” conclude Corbellini.
L’evoluzione in breve
La teoria dell’evoluzione è uno dei fondamenti della
biologia moderna. Nella sua struttura principale è riconducibile
al lavoro del naturalista inglese Charles Darwin, anche se la moderna
teoria dell’evoluzione, meglio nota come neodarwinismo, combina
le scoperte di Darwin con le teorie di Gregor Mendel sull’ereditarietà genetica
e con l’uso della statistica.
I due cardini dell’evoluzionismo sono la deriva genetica,
ovvero la variazione, dovuta al caso, delle sequenze geniche in
una determinata popolazione, e la selezione naturale. Con questo
termine si intende il fenomeno per cui organismi della stessa specie
(o, nel caso dell’evoluzionismo applicato alla biologia cellulare,
cellule di uno stesso tipo) ma con caratteristiche differenti dal
punto di vista genetico, ottengono, in un dato ambiente, un diverso
successo riproduttivo.
In termini più semplici significa che si riproducono (e
quindi sopravvivono maggiormente) alcuni elementi rispetto ad altri
sulla base del fatto che le loro caratteristiche genetiche sono
favorevoli a un determinato ambiente. La deriva genetica, che provoca
le mutazioni, e la selezione naturale, che induce la sopravvivenza
di un elemento rispetto a un altro, non sono attive da sole: bisogna
che ambedue siano presenti simultanenamente perché il processo
evolutivo abbia luogo.