La ricerca oncologica

Dalla ricerca di base alla clinica

Ogni fase della ricerca ha la sua funzione: gli studi clinici, quelli che riguardano direttamente i pazienti, sono anche i più lunghi e i più complessi.

Nuovi geni coinvolti nella genesi di malattie, nuove molecole che possono essere bersagli per farmaci più efficaci e mirati, nuovi marcatori che segnalano precocemente la presenza di un tumore in un organismo: sono questi i risultati della cosiddetta ricerca di base, quella che analizza la radice del problema cancro. Ma perché tali scoperte si traducano concretamente in vantaggi per i pazienti, in farmaci nuovi o in metodi diagnostici più avanzati la strada è lunga e porta dal laboratorio di base a quello cosiddetto translazionale (cioè quello dove si verifica l’applicabilità concreta di una determinata conoscenza) fino al letto del malato. E un nuovo rimedio o una nuova tecnica, prima di essere resi disponibili a tutti, devono passare dalle forche caudine della ricerca clinica, la più delicata, per certi versi, perché effettuata direttamente sull’uomo. “Se prendiamo cento scoperte di base in oncologia (ma anche in altri campi della medicina e della biologia), possiamo dire che probabilmente una sola permetterà la nascita di un nuovo rimedio in tempi ragionevoli, e per ragionevoli si intende in genere almeno una decina d’anni” spiega Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico di AIRC. “Questo non vuol dire che le altre 99 scoperte siano inutili: consentono ai ricercatori di farsi un’idea generale dei meccanismi che portano una cellula sana a diventare tumorale e quindi sono il germe di nuove idee e nuove strategie, tutte però da verificare prima nel corso degli studi traslazionali, poi, se si rivelano vincenti, negli studi clinici”.

UNA REALTÀ VIRTUALE

Quando i ricercatori affermano di aver identificato un possibile target, ovvero un possibile bersaglio per un nuovo farmaco, spesso i pazienti si aspettano di trovarlo sugli scaffali delle farmacie di lì a qualche mese. Gli studi clinici, però, richiedono molto tempo e molta pazienza. “Quando si scopre un possibile bersaglio, il farmaco è ancora virtuale. È un’idea di farmaco, ancora tutta da realizzare. È come trovarsi davanti a una serratura coperta da una mascherina e vederne la forma per la prima volta: se non altro, si sa che tipo di chiave cercare per aprire la porta, ma prima di identificare la chiave giusta tra tutte quelle che si somigliano, ci vuole tempo” continua Colnaghi. Quando invece dalla ricerca di base si passa a quella traslazionale, il farmaco non è più virtuale ma comincia a prendere forma: una forma, però, che deve essere testata in laboratorio, su modelli cellulari. Solo se alle prime prove pratiche si rivelerà utile allo scopo per il quale è stata progettata, la nuova molecola potrà accedere alla fase degli studi clinici, quella sull’uomo. La ricerca di base e quella translazionale sono relativamente rapide. In pochi anni si può già capire se dall’idea di partenza si può arrivare a una scoperta vera e propria e da qui si passa alla valutazione della sua trasferibilità. Diverso è il discorso della ricerca clinica: qui i tempi si dilatano, anche per tutelare i malati, e in genere ci vogliono dai 10 ai 15 anni di osservazione perché una nuova terapia sia universalmente disponibile”.

QUESTIONE DI TUTELE

Dieci anni possono sembrare un tempo lunghissimo per coloro che sentono la vita fuggire via, ma applicare direttamente all’uomo una nuova scoperta senza passare dalla fase degli studi clinici sarebbe a dir poco criminale. “Le leggi internazionali impongono procedure lunghe e dettagliate perché lo scopo della ricerca clinica è innanzitutto quello di dimostrare che il nuovo farmaco (ma anche il nuovo strumento diagnostico o la nuova tecnica chirurgica) non è dannoso per l’uomo. In sostanza il primo passo è analizzare la tossicità, se si tratta di una sostanza, oppure gli effetti a lungo termine, se si tratta di tecnologie o procedure chirurgiche. Per questo la prima fase clinica coinvolge in genere pochissimi individui”. Solo a questo punto si può procedere con le successive fasi dello studio clinico, con l’obiettivo di dimostrare che la novità apporta dei vantaggi rispetto a quanto disponibile fino a quel momento per una determinata malattia. “I vantaggi posssono essere di vario tipo: la cura può essere migliore e garantire un maggior tasso di guarigione, oppure una sopravvivenza più lunga. Può anche essere altrettanto efficace delle cure già disponibili ma più tollerabile, gravata da minori effetti collaterali. Quel che è certo è che non deve risultare peggiore di quello che la medicina ha già a disposizione!”. Per arrivare a questa semplice ma importante conclusione sono necessari anni di studio e gruppi sempre più numerosi di pazienti sperimentali, che accettano, cioè, di partecipare agli studi clinici prima che un nuovo rimedio abbia superato tutti gli esami.

CHI FINANZIA GLI STUDI CLINICI

Spesso gli studi clinici vengono finanziati dalle case farmaceutiche che contano di mettere sul mercato la nuova terapia. È una realtà che ha anche degli aspetti negativi (per esempio quello di lasciare all’industria, legata, come è giusto, a logiche di profitto, la determinazione del costo di una cura) ma che di fatto non ha alternative. “Il mondo del non profit, come AIRC, deve concentrare i suoi finanziamenti sulle fasi della ricerca che sono assolutamente necessarie ma che non sono appetibili per chi deve far fruttare economicamente il proprio investimento, altrimenti lo sviluppo della conoscenza si fermerebbe” dice Colnaghi. Non solo, però: “Ci sono anche alcune malattie che, per la rarità con cui si presentano, non costituiscono un mercato sufficientemente vasto da consentire un ritorno economico in caso di un’ e ventuale nuova terapia: sono le malattie rare, i cui rimedi non a caso sono noti col nome di ‘farmaci orfani’. Ecco, anche in questo ambito sono le charities come AIRC a dover aiutare la ricerca, portando avanti anche la fase clinica. Ugualmente accade che vecchi farmaci, che non sono più coperti da brevetto, grazie alle nuove scoperte dell’oncologia di base si prestino a nuovi impieghi nella cura o nella prevenzione dei tumori: questo è un altro caso in cui il non profit può concretamente spingere la cura fino al letto del malato”.

Tre fasi prima del traguardo

Fase 1: stabilire la tollerabilità della nuova terapia
Dalla sperimentazione in laboratorio è emerso che la nuova terapia non è dannosa: questo è il momento della verifica. Al termine degli studi di fase 1 si arriva a capire quale dose di quell'antitumorale è tollerabile. I risultati, come sempre, vanno da un lato pubblicati e dall’altro inviati al Ministero di competenza per passare alla fase successiva.
Durata media: 1 anno

Fase 2: verificare come e quando funzionano i farmaci
Gli studi clinici di fase 2 puntano a valutare e caratterizzare l’attività antitumorale dei nuovi farmaci, cioè a vedere se e quando funzionano. Se la nuova terapia è arrivata a questa fase, è perché si ritiene possa essere più attiva contro il tumore di quella convenzionale oppure meno tossica. È a questo punto che la nuova terapia deve dimostrare concretamente le sue potenzialità.
Durata media: 4 anni

Fase 3: verificare l’efficacia rispetto alle terapie convenzionali
Quest’ultima fase punta a valutare l’efficacia della nuova terapia, che è cosa diversa dall’attività antitumorale valutata prima. Quest’ultima è un dato biologico che si misura sulla regressione del tumore, mentre l’efficacia è un dato clinico che viene valutato a medio-lungo termine sull’aumento della sopravvivenza dei pazienti o delle loro probabilità di guarigione. Per superare la fase 3, una terapia deve dimostrarsi più efficace della migliore già disponibile, deve cioè vincere un confronto diretto.
Durata media: molto lunga perché è legata ai dati sulla sopravvivenza




Ultimo aggiornamento agosto 2008




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