Un genetista a caccia delle origini della leucemia

Un genetista a caccia delle origini della leucemia

Con i suoi studi e l’assiduo contatto con l’ematologia pediatrica, Gianni Cazzaniga spera di aiutare i medici a identificare precocemente i bambini a rischio e a individuare in modo efficace la terapia più adatta.

È una carriera scientifica nel segno della curiosità e della perseveranza quella di Gianni Cazzaniga. Per seguirla si è ritrovato prima nel seminterrato di un ospedale a frugare in vecchi scatoloni, poi a convincere il personale della sicurezza aeroportuale come l’ingombrante bidone di metallo, che doveva imbarcare su un aereo per Londra, non potesse essere esposto ai controlli a raggi X, quindi a indagare le cause di un inspiegabile eccesso di leucemie in una scuola di Milano. Infine, più di recente, la stessa curiosità lo ha spinto ad affrontare il periplo della Valle d’Aosta su e giù per sentieri alpini, in una massacrante maratona di 340 chilometri.

Biologo di formazione, Cazzaniga oggi insegna genetica medica alla Facoltà di medicina dell’Università di Milano-Bicocca e dirige a Monza un laboratorio di ematologia all’avanguardia, assicurando l’esecuzione di sofisticati test diagnostici ai reparti di ematologia pediatrica di tutta Italia e svolgendo, con la collaborazione del suo gruppo di ricerca, studi di punta sulla leucemia linfoblastica acuta.

Un legame coi pazienti

Ogni mattina, per arrivare all’ascensore che lo porta al suo ufficio, attraversa un colorato salone in cui attendono di essere visitati i giovani e giovanissimi pazienti del day hospital e dell’ambulatorio di emato-oncologia pediatrica e trapianto di midollo osseo del Centro Maria Letizia Verga, gestiti dalla Fondazione Monza e Brianza per il bambino e la sua mamma.

Ogni giorno rinsalda con loro un legame naturale conseguenza del desiderio che nel 1994 lo aveva spinto a lasciare, dopo cinque anni, l’Istituto Mario Negri di Milano. In quel prestigioso centro di ricerca si era formato come ricercatore portando avanti ricerche di base, non meno importanti, ma un po’ più lontane dall’applicazione clinica. Volendo puntare a un obiettivo più strettamente legato alla cura delle malattie, riuscì a trasferirsi a Monza nel momento in cui nasceva il nuovo laboratorio della Fondazione Tettamanti, che fin dagli esordi sarebbe stato orientato a tenere conto in primo luogo delle necessità cliniche dei giovani malati. Non a caso, un’ampia ramificazione di tubi della posta pneumatica lo collega agli ambulatori e all’ospedale al di là della strada, per lo smistamento immediato dei campioni da esaminare.

Inizialmente Cazzaniga era stato coinvolto nelle ricerche avviate dal primario della Clinica Pediatrica dell’Università di Milano-Bicocca a Monza, Andrea Biondi (vedi Fondamentale dicembre 2017), sulla cosiddetta “malattia residua minima”, che mira a riconoscere precocemente i bambini più o meno sensibili a ciascuna delle diverse opzioni terapeutiche, per scegliere la migliore.

Fu poi una curiosità clinica a fargli scendere i gradini del seminterrato della Clinica Mangiagalli di Milano, per frugare con metodo dentro gli scatoloni lì conservati, provenienti da tutti gli ospedali della Lombardia: voleva capire se era possibile osservare già nel sangue neonatale un segno precoce della leucemia, con qualche anno di anticipo sulla manifestazione dei sintomi che portano alla diagnosi.

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Le origini della leucemia

“Avevamo ipotizzato che la goccia di sangue raccolta di routine subito dopo la nascita, pungendo il tallone del neonato, e che viene utilizzata per la diagnosi precoce di eventuali malattie congenite, potesse fornire utili informazioni, e così andai a cercare i campioni di sei piccoli pazienti ai quali era stata appena diagnosticata la leucemia” racconta Cazzaniga. “I reperti – foglietti di carta assorbente che inglobano la goccia di sangue – erano conservati con cura ma erano suddivisi per ospedale e per anno, e ci volle un bel po’ per individuarli tutti.”

La fatica fu però ripagata, perché l’ipotesi di partenza si rivelò fondata: “Fummo i primi a scoprire che sono presenti nel sangue alcune anomalie associate alla leucemia già al momento della nascita. Quindi la malattia in qualche modo sembra iniziare già prima” spiega.

Il ricercatore precisa però subito che il risultato, molto importante sul piano scientifico, non è purtroppo di grande aiuto su quello clinico. “Si tratta di anomalie presenti in una quota importante di neonati, circa il 5 per cento del totale, e che solo in un caso su cento circa portano effettivamente alla leucemia.” Già nell’articolo che descrive i risultati della ricerca, pubblicato nel 1999 sulla rivista Lancet, veniva chiarito che ci vuole almeno un altro fattore scatenante perché compaia la malattia.

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Una donazione di sangue cordonale

Pochi anni dopo questo primo studio, i familiari di un bimbo arrivato a Monza dopo la diagnosi di leucemia gli raccontarono di aver conservato il sangue del cordone ombelicale, congelato all’estero con la prospettiva che potesse essere utile al figlio in una situazione tragica come la malattia che lo aveva colpito. Il sangue cordonale non fu purtroppo di alcuna utilità clinica (non è mai sufficiente per le terapie, tantomeno per un autotrapianto), ma venne donato per la ricerca, e permise di approfondire, nelle cellule del sangue ombelicale integre, la conoscenza acquisita osservando il DNA nei campioni conservati su carta.

Poiché i colleghi londinesi avevano una strumentazione più sofisticata di quella disponibile a Monza, Cazzaniga unì l’utile al dilettevole prendendo il volo per la capitale britannica con la moglie, la terza figlia piccola e uno strano bidoncino a rotelle: “Erano altri tempi, con controlli di sicurezza meno ossessivi, e per fortuna sono riuscito a imbarcarmi in aereo senza esporre il cordone ombelicale congelato ai raggi X” racconta. “Poi ho dovuto portare questo pesantissimo fardello su e giù per le infinite scalinate della tube, la metropolitana di Londra, prima di arrivare a destinazione e affidarlo ai colleghi dell’Institute of Cancer Research, diretti da Mel Greaves.” Grazie al cordone di quel bimbo, che è guarito e da allora ha partecipato anche lui a diffondere la consapevolezza dell’importanza della ricerca, il gruppo ha cominciato a sviscerare le caratteristiche delle cellule pre-leucemiche.

Sulle tracce della pre-leucemia

Quasi tutte le ricerche finora condotte sulla leucemia si concentrano sulla fase successiva alla diagnosi, ma è la comprensione di quello che succede prima ad affascinare Cazzaniga, che da oltre un anno ha avviato un progetto quinquennale finanziato da AIRC: “Sono partito dalla malattia per andare a esplorare le sue origini” racconta. Il suo gruppo sta raccogliendo questionari tra le famiglie dei malati e mettendo a punto numerosi modelli in vitro e in vivo per capire attraverso quali meccanismi la cellula pre-leucemica si modifica dando origine alla malattia.

Persino fuori dal laboratorio, il pensiero di Cazzaniga resta legato alla ricerca, anche quando non c’è lo squillo del cellulare a segnalare che è scattato uno dei tipici allarmi per la variazione di temperatura in un frigorifero del laboratorio.

È un pensiero che lo accompagna durante le prove di resistenza in alta montagna e mentre coltiva la sua passione per la corsa – che lo porta alle volte a percorrere i 20 chilometri tra casa e laboratorio attraverso il Parco di Monza e la ciclabile del Lambro –, e naturalmente lo spinge all’impegno per la raccolta di fondi e per iniziative di informazione alle famiglie e ai cittadini.

Il genetista monzese si prodiga anche per far sapere quanto gravi possono essere le conseguenze della disinformazione in tema di vaccini, che in anni recenti ha portato molti a non proteggere i propri figli e, di riflesso, a esporre a gravi pericoli i piccoli malati che il vaccino non lo possono fare. “È capitato purtroppo anche da noi” ricorda con lo sguardo velato. “Uno dei bambini che incrociavo alla mattina, e che era guarito dalla leucemia, è stato stroncato dal morbillo.”

Una malattia multifattoriale

A cavallo tra il 2009 e il 2010, a Milano furono registrati sette casi di leucemia linfoblastica acuta, di cui quattro nello stesso quartiere e tre nella stessa scuola elementare. Era all’incirca il numero di casi che di solito nel capoluogo lombardo si registra in un anno, su un totale di circa 400 nuovi casi in tutta Italia.

La scuola lanciò l’allarme, venne mobilitata la ASL e la Procura aprì un’inchiesta: tutto faceva pensare che all’origine di questo anomalo picco di leucemia infantile ci potesse essere
un qualche fattore ambientale.

Cazzaniga prese parte all’indagine epidemiologica, che presto si concentrò sull’ipotesi che il fattore scatenante nei bambini predisposti – quelli che già alla nascita mostravano le anomalie osservabili nel sangue neonatale, condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo della leucemia – fosse un’infezione virale, a sua volta causa di infiammazione.

In particolare, i ricercatori osservarono che alcuni dei bambini colpiti erano primogeniti che non avevano frequentato né l’asilo né la scuola materna, il cui organismo era quindi in un certo senso meno “allenato” della media nel tenere a bada le banali infezioni infantili. L’ipotesi che la seconda “offesa” alle cellule fosse legata al contatto con il virus della “nuova” influenza H1N1 fu confermata dal fatto che tutti i malati presentavano gli anticorpi specifici. “Questo non vuole assolutamente dire che l’influenza H1N1 è responsabile della leucemia” mette in guardia Cazzaniga, che ha ricostruito in dettaglio quella vicenda sulla rivista Leukemia. “La leucemia è una malattia la cui insorgenza è sicuramente multifattoriale, e la nostra ipotesi è che in quel caso il virus influenzale abbia scatenato una reazione immunologica e infiammatoria particolarmente forte, anche
perché il sistema immunitario dei bambini era stato tenuto fino a poco prima in un ambiente molto protetto.”

  • Autori:

    Fabio Turone (Agenzia ZOE)

  • Data di pubblicazione:

    2 dicembre 2019