Una spia segnala quanto è grave la leucemia linfatica cronica

La presenza della molecola CD49d sulla superficie delle cellule leucemiche permette di riconoscere le forme più aggressive della malattia

Una diagnosi di leucemia linfatica cronica dice poco sull'evoluzione che avrà la malattia, la forma di leucemia più frequente nel mondo occidentale, che colpisce prevalentemente la popolazione adulta e anziana: accanto a quadri clinici più aggressivi ci sono infatti pazienti colpiti da una forma più benigna, a lenta o lentissima evoluzione, che rimangono stabili anche per anni. Come distinguere i due tipi di pazienti?

Per rispondere a questa domanda i più importanti centri italiani, europei e statunitensi hanno messo in comune i dati clinici di circa 3.000 pazienti in uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology e coordinato dal gruppo dell'Oncoematologia clinico-sperimentale del Centro di riferimento oncologico di Aviano, con il contributo chiave del gruppo dell'ematologia dell'Università del Piemonte Orientale di Novara e il sostegno di AIRC. "Abbiamo così dimostrato in grandi numeri di pazienti quel che già sospettavamo sulla base dei singoli studi in gruppi più piccoli " spiega Valter Gattei, a capo del gruppo di Aviano. "La spia rossa che segnala i casi a evoluzione più rapida della malattia è la presenza, sulla superficie delle cellule leucemiche, della molecola CD49d, situazione che si verifica in circa un terzo dei casi".

Altri ricercatori in passato hanno cercato di spiegare anche il perché di questa evoluzione meno favorevole: la molecola (che appartiene al gruppo delle cosiddette "molecole di adesione") permette alle cellule leucemiche di aderire con più forza ai tessuti malati come i linfonodi o il midollo osseo, rendendole più longeve e resistenti ai trattamenti.

"I risultati di quest'ultimo lavoro dimostrano come lo studio dell'espressione di CD49d sia in grado di definire in maniera più accurata la prognosi dei pazienti affetti da leucemia linfatica cronica prevedendo l'evoluzione della malattia sia in termini di sopravvivenza globale sia di intervallo fra un trattamento e il successivo" conclude Gattei. "In tutto ciò lo studio della nuova molecola si è dimostrato molto più affidabile di altri noti fattori prognostici, come CD38 o di ZAP-70, la cui analisi potrà essere evitata e sostituita da quella di CD49d".

Ricerca pubblicata su:
Journal of Clinical Oncology

Titolo originale:
CD49d Is the Strongest Flow Cytometry-Based Predictor of Overall Survival in Chronic Lymphocytic Leukemia

Data Pubblicazione:
02/2014

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