Le serrature ormonali si aprono con chiavi diverse

Per anni le donne in menopausa hanno fatto ricorso alla cosiddetta terapia ormonale sostitutiva (TOS) per evitare i sintomi più fastidiosi come le vampate e per prevenire le malattie cardiache e l'osteoporosi. Fino all'anno scorso, quando tutti i giornali hanno dato ampio spazio a uno studio che dimostrava gli effetti dannosi degli ormoni, soprattutto sul seno e sul rischio di sviluppare un cancro. Da allora in questo campo vige molta incertezza.

Il gruppo di ricerca guidato da Adriana Maggi dell'Istituto di Scienze farmacologiche dell'Università di Milano ha fatto una scoperta che potrebbe portare alla sintesi di farmaci alternativi agli estrogeni per le donne che soffrono di disturbi legati alla menopausa.

L'azione degli ormoni femminili sulle cellule è legata ai cosiddetti recettori, che funzionano come una serratura in cui si incastrano gli ormoni stessi a mo' di chiave: solo se chiave e serratura combaciano, il recettore si attiva e l'ormone può svolgere il suo compito. Nel corpo umano, però, per una singola serratura possono esistere più chiavi funzionanti. È proprio quello che ha dimostrato il gruppo di Maggi: grazie alla tecnica della bioluminescenza - che permette di identificare quali "serrature" sono occupate in un tessuto - è stato possibile scoprire che due dei recettori più importanti per gli estrogeni (chiamati ER alfa ed ER beta) sono attivati anche quando gli ormoni non sono presenti nel sangue.

Spiega l'autrice: «Ciò significa che, pur essendo programmati per interagire con gli ormoni femminili, questi recettori possono essere svegliati anche da altre sostanze in grado di mimare il segnale che normalmente gli estrogeni inviano alle cellule». Oltre alla messa a punto di farmaci alternativi alla TOS, potrebbe cambiare anche la prevenzione farmacologica del tumore al seno: se oggi si usano con successo prevalentemente tamoxifene e raloxifene, due sostanze che bloccano l'azione degli estrogeni sul seno, si potrà tentare di agire anche su tutte le altre molecole in grado di "risvegliare" i recettori ER alfa e beta, completando lo scudo protettivo nei confronti della ghiandola mammaria.

Non riceveva un trattamento efficace nemmeno il 60 per cento di chi lamentava un dolore "moderato" e l'80 per cento di chi provava un dolore "intenso". Oggi la situazione è sostanzialmente la stessa. «Non è un caso che al solo sentire la parola cancro tutti pensino subito a dolore e sofferenze di ogni tipo. Sembra un accostamento inevitabile», sottolinea Franco De Conno, direttore dell'Unità di Riabilitazione e Cure palliative dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano. «Invece essere costretti a soffrire il dolore fisico quando si ha il cancro è una vergogna inaccettabile! Al giorno d'oggi gli strumenti per controllare il dolore esistono e i medici li conoscono molto bene. Il fatto è che non vengono utilizzati a sufficienza».

Ricerca pubblicata su:
Nature Medicine

Titolo originale:
In vivo imaging of transcriptionally active estrogen receptors

Data Pubblicazione:
01/2003

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