Nuovi criteri per calcolare il rischio che la leucemia ritorni

I ricercatori del Northern Italy Leukemia Group hanno dimostrato l'efficacia di un nuovo criterio basato su analisi molecolari per calcolare il rischio specifico di ricaduta per ogni singolo paziente con leucemia acuta linfoblastica

Anche se affetti dalla stessa malattia, i pazienti non sono tutti uguali e non rispondono allo stesso modo alle terapie. E la leucemia acuta linfoblastica, patologia studiata dalla rete NILG (Northern Italy Leukemia Group, coordinamento a cura di Renato Bassan) anche grazie a finanziamenti AIRC, non fa eccezione.

Date queste premesse, è molto importante stabilire il rischio specifico che ogni singola persona corre di riammalarsi dello stesso tumore dopo le terapie iniziali, proprio per riuscire a ottimizzare i trattamenti e non sottoporre la persona malata a cure magari molto pesanti e probabilmente poco efficaci. I medici hanno a disposizione alcuni criteri clinici sui quali basare questo calcolo del rischio: per la leucemia acuta linfoblastica, per esempio, sono determinanti l'età, il numero di globuli bianchi, le caratteristiche immunitarie e le anomalie a geni e cromosomi. Ma tutti questi parametri clinici non sono sufficienti per una previsione precisa del rischio di ricaduta e per determinare il miglior trattamento ed ecco allora che diventa necessario individuarne altri più efficaci.

La strategia messa in campo dal Northern Italy Leukemia Group si basa sullo studio, durante la prima fase della terapia (10-22 settimane), della cosiddetta MRD, la malattia residua minima, che rappresenta la quota residua di cellule maligne non distrutte dai trattamenti utilizzati. Per i 280 pazienti coinvolti nello studio è stato scelto un trattamento più o meno intenso proprio sulla base della presenza o assenza di malattia residua minima: nel primo caso il trattamento è stato più intensivo e ha previsto anche un trapianto di cellule staminali del sangue, mentre nel secondo caso ci si è fermati alla chemioterapia di mantenimento standard.

Dopo 5 anni, oltre il 70% dei pazienti senza malattia residua minima non aveva avuto ricadute, mentre tra quelli con malattia residua minima la percentuale si è fermata al 14% (ma e migliore se viene effettivamente eseguito un trapianto, circa 40%). Sembra dunque che, nel caso della leucemia acuta linfoblastica, la presenza di malattia residua minima sia un valido indicatore del rischio che la malattia ritorni e ciò è molto importante poiché fornisce ai medici un parametro accurato su cui basare la scelta della terapia migliore e ridurre, laddove possibile, la tossicità legata al trattamento.

Ricerca pubblicata su:
Blood

Titolo originale:
Improved risk classification for risk-specific therapy based on the molecular study of MRD in adult ALL

Data Pubblicazione:
01/2009

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