Leucemia mieloide cronica: una strategia per spegnere del tutto la malattia

I trattamenti oggi disponibili sono molto efficaci, ma quando vengono interrotti la leucemia tende a ripresentarsi. La ragione potrebbe risiedere in una piccola popolazione di cellule staminali tumorali che non risponde ai farmaci ed è pronta a riaccendere la malattia

La leucemia mieloide cronica è il tumore che più ha beneficiato dell'avvento dei farmaci progettati contro un bersaglio molecolare. Capostipite di tali farmaci è l'imatinib, un inibitore delle tirosin-chinasi e prima di questi medicinali in grado di colpire il meccanismo molecolare che innesca la malattia le prospettive di cura erano molto scarse. Oggi si stima che circa il 90 per cento dei pazienti sia vivo a cinque anni dalla diagnosi.

Tuttavia, anche nei casi in cui non sembra esserci più traccia della malattia, quando il trattamento con i farmaci è interrotto, la leucemia tende a presentarsi di nuovo. Ora, una ricerca condotta da ricercatori dell'Università di Firenze e sostenuta da AIRC potrebbe aver identificato una strategia per spegnere completamente il residuo di malattia e, se fosse confermata, potrebbe portare i pazienti a una guarigione completa.

"Il nostro lavoro è cominciato oltre 30 anni fa", ricorda Persio Dello Sbarba, il coordinatore dello studio. "All'inizio degli anni Novanta del secolo scorso scoprimmo che le cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo vivono in un microambiente caratterizzato dall'assenza quasi completa di ossigeno. Dopo qualche anno ci accorgemmo che anche le cellule staminali leucemiche, vale a dire le cellule che 'alimentano' il tumore, sopravvivono nelle stesse condizioni. Infine ci siamo resi conto che in questo ambiente povero di ossigeno la proteina BCR/Abl, responsabile dell'insorgenza della leucemia mieloide cronica, viene soppressa".

Per i ricercatori la perdita di BCR/Abl nelle cellule staminali della leucemia mieloide cronica spiega perché i trattamenti con inibitori di tirosin-chinasi, anche di nuova generazione, in molti casi non sono capaci di spegnere del tutto la malattia. BCR/Abl è infatti il bersaglio molecolare contro cui agiscono questi inibitori: in sua assenza le cellule staminali tumorali sopravvivono e la malattia latente persiste.

Nello studio i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Blood il gruppo ha identificato una molecola che si è dimostrata capace di agire contro le cellule staminali di leucemia mieloide cronica resistenti all'ipossia. Si tratta dell'acriflavina, un vecchio antibiotico ormai in disuso in Italia ma ancora approvato per l'uso umano in USA, che agisce sui meccanismi che consentono alle cellule di sopravvivere in un ambiente povero di ossigeno. In esperimenti eseguiti con campioni di tessuto umano e con animali di laboratorio l'acriflavina ha dimostrato di colpire le cellule staminali leucemiche e di inibire la crescita del tumore. Inoltre non sembra avere alcun effetto collaterale sulle cellule staminali ematopoietiche sane.

"Non si tratta di un'alternativa ai trattamenti esistenti, che sono estremamente efficaci", chiarisce Dello Sbarba, "ma di una possibile strategia complementare che potrebbe aumentare le possibilità di remissione completa e impedire alla leucemia mieloide cronica di ripresentarsi una volta sospeso il trattamento".

Ricerca pubblicata su:
Blood

Titolo originale:
Targeting chronic myeloid leukemia stem cells with the hypoxia-inducible factor inhibitor acriflavine.

Data Pubblicazione:
06/2017

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