Col farmaco giusto si vive a lungo

Da un gruppo di ricerca internazionale arrivano ottime notizie sul fronte della terapia della leucemia mieloide cronica

Una persona colpita da leucemia mieloide cronica può avere la stessa aspettativa di vita di una persona sana. Lo hanno dimostrato i ricercatori guidati da Carlo Gambacorti-Passerini dell'Università Bicocca di Milano che hanno analizzato più di 800 pazienti con questa malattia, provenienti da tutto il mondo, e hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sul Journal of the National Cancer Institute.

Lo studio, denominato ILTE (Imatinib Long Term Effects) ha coinvolto pazienti che dopo due anni di terapia con imatinib, il primo farmaco biologico per la cura della leucemia in commercio, avevano ottenuto una remissione della malattia, cioè un esito positivo riscontrabile con la ricrescita del midollo osseo sano. Questa risposta si ottiene nella maggior parte (70-80 per cento) dei pazienti trattati.

Secondo quanto emerso dall'analisi, dopo anni di trattamento con imatinib i "tassi di sopravvivenza" cioè la percentuale di persone ancora vive dopo un certo periodo di tempo nei pazienti con diagnosi di leucemia mieloide cronica e nella popolazione non colpita dalla malattia sono molto simili.

"Abbiamo dimostrato che questi pazienti hanno un'aspettativa di vita normale" spiega Gambacorti-Passerini, "e questo dovrà avere importanti ripercussioni in molti aspetti della vita quotidiana".

I cambiamenti sono a dir poco epocali. "Oggi, infatti, un malato oncologico viene spesso discriminato socialmente sulla base di concetti vecchi che vanno ora riconsiderati alla luce dei nuovi dati in questioni che riguardano, per esempio, il lavoro, le assicurazioni, le adozioni o la concessioni di mutui".

Come chiariscono gli autori, l'utilizzo di imatinib non è del tutto privo di effetti collaterali: crampi muscolari, debolezza, edema, fragilità della pelle e diarrea si sono presentati nella metà dei pazienti dopo otto anni di terapia, anche se non a livelli particolarmente invalidanti, mentre problemi più seri si sono presentati solo nel 3 per cento dei pazienti.

Gli effetti collaterali in genere non sono gravi, ma possono a volte ridurre la qualità della vita delle persone e portarle anche a decidere di modificare autonomamente la terapia senza informarne il medico. In questi casi è molto importante che paziente e medico stabiliscano un dialogo continuo che consenta di tenere sotto controllo i disturbi legati al farmaco, senza perdere gli enormi benefici del trattamento. "Questo è il primo tumore trattato con una terapia medica cronica che ci ha permesso di ridare al paziente una aspettativa di vita normale" conclude Gambacorti-Passerini.

Ricerca pubblicata su:
Journal of the National Cancer Institute

Titolo originale:
Multicenter independent assessment of outcomes in chronic myeloid leukemia patients treated with imatinib

Data Pubblicazione:
04/2011

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