Dal laboratorio al letto del malato

Una proteina molto nota per le sue proprietà di protezione della cellula diventa un indicatore prezioso per scegliere la terapia giusta in un tumore, quello della bocca, in cui la chirurgia resta il trattamento più efficace. Un bell'esempio di rapido passaggio dal laboratorio alla clinica

Esiste una proteina, chiamata p53, prodotta da un gene che porta lo stesso nome e che, da oltre trent'anni, è al centro dell'attenzione della ricerca oncologica. Ora un gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale tumori di Milano, guidato da Lisa Licitra e finanziato interamente da AIRC, ha scoperto anche come sfruttarla per identificare i pazienti che risponderanno alle cure farmacologiche nei tumori della bocca. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Clinical Oncology.

Prima della chirurgia
"È noto che il gene p53, che produce la relativa proteina, è un oncosoppressore, ovvero è capace di bloccare la deriva di una cellula verso la trasformazione tumorale" spiega Lisa Licitra. "Per questo ci è venuta l'idea di studiarne la struttura in alcuni pazienti colpiti da un carcinoma a cellule squamose della bocca. In sostanza volevamo capire se il tipo di mutazione che subisce p53 nelle diverse forme tumorali è in qualche modo in relazione con la risposta del paziente alla chemioterapia".

Poiché la terapia chirurgica rimane la principale cura in questo tipo di malattia, oggi gli oncologi tendono a utilizzare la chemioterapia neoadiuvante, cioè quella somministrata prima di andare in sala operatoria, al fine di ridurre le dimensioni della massa tumorale e limitare i danni ai tessuti. È evidente quanto questa procedura possa fare la differenza nel caso di un tumore che colpisce il cavo orale e richiede quindi interventi anche demolitivi sulla faccia e sulle strutture della bocca.

"Non capivamo perché alcuni pazienti rispondevano bene alla chemioterapia mentre altri, invece, rispondevano poco o per nulla" continua Licitra. In particolare, l'attenzione dei ricercatori milanesi si è concentrata sul carcinoma a cellule squamose e sulle caratteristiche di p53 nelle sue cellule. "In quasi la metà dei casi, p53 risulta mutata. Non tutte le mutazioni, però, sono uguali: alcune rendono p53 completamente inattiva, altre invece permettono alla proteina di mantenere, anche se in forma ridotta, una certa attività" spiega Licitra. "E se la mutazione è del primo tipo (cioè se p53 non funziona più) la terapia neoadiuvante ha davvero poche possibilità di successo".

Alla luce di questi risultati, utilizzare p53 per predire la risposta del tumore al farmaco potrebbe aiutare i medici a scegliere la terapia più adatta evitando di sottoporre il malato a trattamenti inutili.

Ricerca pubblicata su:
Journal of Clinical Oncology

Titolo originale:
TP53 Mutations and Pathologic Complete Response to Neoadjuvant Cisplatin and Fluorouracil Chemotherapy in Resected Oral Cavity Squamous Cell Carcinoma

Data Pubblicazione:
01/2010

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