Secondo gli esperti britannici, nelle forme localizzate della malattia è sempre meglio aspettare a intervenire. Ma c’è chi non è del tutto d’accordo.
La flemma britannica, si sa, è uno stile di
vita che caratterizza moltissimi sudditi di Sua Maestà. Ma
non si pensi che per gli inglesi la pazienza sia importante soltanto
quando attendono con calma il proprio turno alla fermata del bus:
anche la medicina d’Oltremanica sta sempre più guardando
con attenzione alla possibilità
di non precipitarsi a intervenire, soprattutto con il bisturi, in
alcuni casi ben selezionati di tumore alla prostata. Lo confermano
le nuove linee guida messe a punto dal National Institute for Clinical
Excellence (NICE), il prestigioso ente che decide quali interventi
e terapie devono essere finanziate dal Governo in campo sanitario
sulla base dei dati scientifici disponibili.
Il NICE è una struttura pressoché unica in Europa ed è diventato
un punto di riferimento per tutti, non soltanto per il Regno Unito.
Secondo gli esperti britannici, infatti, nel caso di tumore della
prostata localizzato (cioè circoscritto all’interno
della ghiandola) e poco aggressivo sarebbe meglio adottare una ‘vigilanza
attiva’ invece di intervenire chirurgicamente o con la radioterapia.
Una strategia che deve in ogni caso essere discussa approfonditamente
con il diretto interessato, cioè
il paziente, e approvata con convinzione sia da lui sia dall’équipe
medica.
For men only
Il tumore della prostata è
uno dei più comuni nella popolazione maschile. Riguarda una
ghiandola, la prostata, grande più o meno quanto una castagna,
che fa parte dell’apparato riproduttivo maschile. Si trova
vicino alla vescica e, tra le sue diverse funzioni, produce una parte
del liquido spermatico, nel quale sono immersi gli spermatozoi quando
vengono espulsi con l’eiaculazione.
Se all’interno di questa ghiandola insorge un tumore significa
che alcune cellule cominciano a duplicarsi in modo non controllato.
All’inizio queste cellule rimangono all’interno della
capsula che riveste esternamente la ghiandola, ma dopo un certo periodo
la neoplasia può progredire e le cellule possono diffondersi
in altri organi. I primi a essere colpiti sono quelli nelle immediate
vicinanze della prostata stessa, come la vescica. Poi raggiungono
quelli più lontani, come le ossa o i polmoni, dando luogo
alle metastasi. Di solito il carcinoma prostatico, così lo
chiamano i medici, colpisce gli uomini in là con gli anni,
anche se l’età media di insorgenza negli ultimi anni
si è
abbassata da 75 agli attuali 60. Di sicuro sotto i 40 anni è rarissimo.
Complessivamente si stima che i nuovi casi di tumore prostatico in
Italia siano circa 9.000 all’anno. La sopravvivenza è tuttavia
molto elevata, visto che supera mediamente il 70 per cento dei casi
a cinque anni dalla diagnosi. Per curarlo sono possibili tre strategie,
oltre alla vigilanza attiva: l’intervento chirurgico, la radioterapia
o la terapia farmacologica.
Localizzato nell'anziano
“L’opzione cosiddetta di vigilanza attiva” spiega
Alessandro Sciarra, specialista in urologia, docente all’Università
La Sapienza di Roma e dirigente di primo livello presso l’Ospedale
Umberto I della Capitale “non è in realtà
una novità: se ne parla già da qualche anno. Per essere
adottata, però, devono esserci condizioni ben precise: anzitutto
il tumore deve essere veramente localizzato, cioè
presente soltanto all’interno della prostata con assoluta certezza.
Poi il paziente non deve essere troppo giovane, perché il
tumore, più o meno lentamente, progredisce e quindi se ha
davanti a sé
ancora un’aspettativa di vita lunga è meglio intervenire
quando le cellule tumorali sono ancora poche. Infine il carcinoma
deve essere a uno stadio precoce e poco aggressivo”.
Quest’ultimo aspetto è
molto importante perché l’aggressività
di un tumore descrive la velocità con cui progredisce, vale
a dire il tempo necessario perché da localizzato dia luogo
a metastasi. “Va però
detto con chiarezza” puntualizza Sciarra “che la vigilanza
attiva è un’opzione, una possibilità, e quindi
non è affatto obbligatoria. Il paziente che risponde ai requisiti
deve essere adeguatamente informato di tutti gli aspetti negativi
e positivi di questa scelta rispetto a quella di intervenire chirurgicamente”.
Occorre infatti tener presente che oggi le metodiche di intervento
hanno ridotto parecchio i rischi e gli effetti collaterali di una
volta. “L’incontinenza urinaria, che era una delle conseguenze
dell’operazione di asportazione della prostata, oggi riguarda
non più del 2 per cento di tutti gli interventi di chirurgia
radicale” spiega l’esperto. Un discorso a parte merita
invece l’insufficienza erettile che ancora oggi colpisce fino
al 30 per cento degli uomini sottoposti a tale intervento. “Spesso
però” precisa “la rimozione della prostata non
fa altro che esacerbare o aggravare un disturbo di insufficienza
erettile già presente per altre ragioni, che sono indipendenti
dal ricorso al bisturi”. Peraltro oggi esistono terapie di
riabilitazione, sia per quanto riguarda l’incontinenza urinaria,
sia per i deficit di erezione, che danno risultati positivi impensabili
fino a pochi anni fa.
Questa rimane, comunque, una delle ragioni principali per cui gli
studi ritengono che la vigilanza attiva sia una strategia intelligente
in determinati casi, oltre al fatto che, nei soggetti più
anziani, la velocità di progressione della malattia è molto
limitata e quindi spesso il decesso avviene per cause naturali o
per altre patologie ben prima che il cancro prostatico abbia potuto
fare danni. E se si decide di attendere, a quali rischi si va incontro? “Il
rischio principale è che il tumore cresca di dimensioni e
da localizzato diventi diffuso. In questi casi la terapia antitumorale
diventa più drastica: si ricorre al blocco androgenetico,
cioè si inibisce la produzione di testosterone con farmaci.
E questo provoca con certezza assoluta l’insufficienza erettile”.
Gli esami previsti
Se si decide di adottare la strategia di ‘vigilanza
attiva’, che gli inglesi chiamano active surveillance, si
evita sì il bisturi o la terapia radiante, ma bisogna sottoporsi
a una serie di esami molto frequenti. Per i primi mesi occorre
sottoporsi a un dosaggio del PSA (l’antigene prostatico specifico)
almeno ogni 30 giorni. Poi si passa a una volta ogni tre mesi.
Ci vuole molta costanza e perseveranza perché è fondamentale
non saltare nemmeno un esame se si vuole essere certi di tenere
il tumore sotto controllo. Questo vale soprattutto perché gli
esami per immagini, come per esempio l’ecografia, non sono
molto utili per monitorare la progressione del carcinoma prostatico. “A
oggi, purtroppo, non si dispone di strumenti abbastanza sensibili
per ‘vedere’ se il tumore è rimasto uguale oppure
se è cresciuto di dimensioni” spiega Alessandro Sciarra.
Una speranza arriva dalla risonanza magnetica associata a spettroscopia:
questa metodica è allo studio per valutare se può essere
usata a tale scopo. Consente di monitorare le dimensioni del tumore
mettendo insieme la capacità di ‘visualizzare’ i
tessuti della risonanza magnetica e la misurazione di alcune sostanze
tipiche delle cellule tumorali grazie alla spettroscopia. “Finché non
saranno disponibili dati certi, quindi, bisogna affidarsi soltanto
al dosaggio del PSA” conclude l’esperto.
Le tre possibili diagnosi