Diagnosi

Esami utili

Un caposaldo dell’oncologia moderna è la diagnosi precoce, che consente di intervenire prima che il tumore faccia danni. Per ottenere ciò è necessario sottoporsi a determinati esami.

Gli esami di screening non esistono per tutti i tipi di tumori, anche se la ricerca sta procedendo in questa direzione. Identificare un tumore in fasi precoce, infatti, aumenta notevolmente le possibilità di successo delle successive terapie. Purtroppo questo è vero solo quando le terapie sono realmente efficaci, per cui il presupposto necessario all’introduzione di uno screening è che la malattia sia in qualche modo curabile con successo.

Marcatori tumorali nel sangue: rappresentano un insieme di sostanze che costituiscono segnali della presenza di un tumore nell’organismo. Al momento attuale sono oggetto di studio perché rilevarne la presenza non è molto utile nella fase di diagnosi (possono comparire anche indipendentemente dalla presenza di un cancro) ma sono molto utili, invece, per identificare le ricadute della malattia in chi è già stato curato. Un aumento anomalo dei loro livelli nel sangue, individuato durante gli esami periodici di controllo dopo la chemioterapia o l’intervento, rappresenta un utile campanello d’allarme e potrebbe indicare una ripresa del tumore.


L’autopalpazione del seno: consigliata in genere a partire dai 25 anni di età, da eseguire mensilmente nei giorni successivi al ciclo mestruale, l’autopalpazione non si è dimostrata efficace, nei diversi studi, né per aumentare la sopravvivenza né per diminuire la mortalità per cancro del seno. Spesso i noduli individuati dalle donne non hanno niente a che fare con segni tumorali e ciò porta a un gran numero di esami di controllo inutili. Si continua a consigliarla, tuttavia, perché aiuta la donna a prendere confidenza col proprio corpo e a pensare regolarmente a sottoporsi a esami preventivi.

L’ecografia del seno: c’è chi vorrebbe introdurla come screening in tutte le donne a partire dai 30 anni, ma gli studi in merito sono negativi, perché non c’è un rapporto sufficientemente stretto tra esecuzione a tappeto e riduzione della mortalità, anche se sulla questione si continua a investigare. È invece un esame diagnostico molto utile in caso di sintomi o sospetti fondati in una donna giovane. La mammografia, infatti, è inadatta a esaminare il seno di una donna giovane, dal momento che il tessuto è troppo denso.

Mammografia: è il metodo attualmente più efficace per la diagnosi precoce. Per questa ragione è consigliato, con cadenza annuale, a tutte le donne dopo i 50 anni. Nelle donne che hanno avuto una madre o una sorella malata in genere si comincia prima, verso i 40-45 anni, con cadenza annuale.


Ricerca del sangue occulto nelle feci: andrebbe effettuata ogni due anni a partire dai 40 anni per individuare precocemente un cancro del colon-retto. In caso di risultato positivo o di familiarità per questo tipo di tumore, è indicata anche una colonscopia di controllo a 50 anni, da ripetere a discrezione del medico. Se tutti si sottoponessero a questi esami sarebbe possibile individuare precocemente il 75 per cento delle lesioni.

La colonscopia: è un esame che utilizza un endoscopio, ovvero uno strumento a fibre ottiche, per esaminare la mucosa dell’intestino alla ricerca di eventuali formazioni maligne o benigne. Grazie alla colonscopia è spesso possibile asportare direttamente, con una speciale pinza, l’eventuale polipo, per analizzarlo e per conoscerne rapidamente la natura. Solo se l’esame istologico rivela una malignità, è necessario ricorrere a un intervento chirurgico di resezione dell’area di intestino coinvolta. La colonscopia viene ovviamente utilizzata anche per seguire nel tempo chi ha avuto un tumore del colon o del retto e per prevenire eventuali ricadute.


Pap test: è un esame semplicissimo per individuare il cancro della cervice uterina: andrebbe effettuato almeno una volta ogni due-tre anni a partire dai primi rapporti sessuali e comunque non oltre i 25 anni. Se tutte le donne si sottoponessero a questa pratica, oltre il 95 per cento dei tumori della cervice uterina verrebbe identificato addirittura in fase precancerosa. Da qualche anno è possibile associare al Pap test anche il test per la presenza del virus HPV, causa principale di questo tipo di tumore, ma solo per dirimere i casi dubbi. Contro questo virus sono recentemente entrati in commercio anche due diversi vaccini che si stima possano ridurre l’incidenza di questa malattia del 70 per cento circa.

Il test per la ricerca del DNA dell’HPV: lo Human Papillomavirus (HPV o virus del Papilloma umano) è il principale responsabile del cancro del collo dell’utero. Da alcuni anni è disponibile un test diagnostico basato sulla ricerca del DNA del virus. Se è positivo, significa che la donna è entrata in contatto con l’agente infettivo. Alcuni medici consigliano di affiancare questo esame al comune Pap test (che identifica la presenza di cellule del collo dell’utero già alterate, ovvero le cosiddette lesioni precancerose). Gli studi in merito non sono però univoci: l’esame è costoso e inoltre non è chiaro che cosa si debba fare nel caso il Pap test sia normale (quindi non ci siano lesioni a carico delle cellule), ma il test per l’HPV-DNA sia positivo, evento tutt’altro che improbabile dal momento che, secondo gli studi, sette donne su dieci intorno ai 40 anni sono già entrate in contatto con questo agente infettivo. È possibile, infatti, che l’infezione sia identificata nel momento acuto ma che non diventi cronica (e che quindi la sua carica oncogena, cioè la sua capacità di dare luogo a un cancro, venga meno dopo poco). Per la medesima ragione (cosa fare delle donne positive?) non bisogna assolutamente abbandonare il Pap test, che è l’unico esame di efficacia dimostrata. Al momento attuale, quindi, il test per la ricerca del DNA dell’HPV è considerato, dalle linee guida in materia, un esame diagnostico complementare, utile a dirimere i casi risultati dubbi al Pap test.


La diagnosi precoce del cancro polmonare: identificare in fase iniziale alcuni tipi di tumore polmonare può essere molto utile. Si è tentato di farlo con molti strumenti, il primo dei quali è stata la radiografia del torace, che però si è rivelata inutile (quando mostra il tumore, questo è in genere già troppo sviluppato). Negli ultimi anni si punta molto sulla TC spirale e sulla tomografia a emissione di positroni (PET). Ambedue le tecniche sono da considerare sperimentali e gli studi sulla loro utilità, avendo dato risultati divergenti, sono ancora in corso. Al momento nessuna linea guida internazionale ne raccomanda l’uso nell’ambito di programmi di screening.

TC spirale: è un esame ancora sperimentale, che potrebbe consentire di individuare i tumori polmonari nelle persone ad alto rischio fin dalle prime fasi, quando è curabile chirurgicamente. I risultati migliori in questo senso sono stati ottenuti in sperimentazioni che hanno combinato la TC spirale con la PET (tomografia a emissione di positroni). Gli studi più ampi finora realizzati hanno però messo in dubbio l’utilità di questo esame che anticipa la diagnosi ma non influisce sulla mortalità per cancro polmonare, quindi non pare adatto, allo stato attuale, a fare screening in modo indiscriminato, ma solo nell’ambito di studio come esame diagnostico in chi ha sintomi sospetti o di controllo per l’individuazione precoce delle metastasi.


Il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA): la diagnosi precoce del cancro della prostata si può fare con il dosaggio nel sangue del PSA. Molti medici utilizzano questo esame come screening (cioè lo prescrivono indipendentemente dalla presenza di sintomi, a partire, in genere, dai 50 anni). Questo atteggiamento è stato ampiamente discusso a livello internazionale dagli esperti del settore. Negli ultimi anni i dati raccolti hanno permesso di confermare la scarsa attendibilità della misurazione del PSA in assenza di sintomi (anche perché spesso è elevato anche nell’ipertrofia prostatica benigna, molto comune dopo i 50 anni), ma è molto utile come primo esame in caso di sospetto di tumore benigno o maligno e per eseguire l’andamento delle terapie.


Per fare diagnosi di metastasi (cioè per scoprire se un cancro ha già disseminato cellule maligne in organi diversi da quello di origine) si utilizzano diverse tecniche. Se si vogliono esaminare determinati organi che sono facilmente sede di metastasi (come il fegato, per esempio) è possibile ricorrere alle classiche ecografie, così come le metastasi cerebrali possono essere studiate con la TC o la risonanza magnetica.

Due esami sono però particolarmente importanti per determinare la prognosi di un cancro, perché possono visualizzare anche metastasi formate da poche cellule. Sono la PET e la scintigrafia. La prima, detta anche tomografia a emissione di positroni, utilizza un tracciante (spesso semplice glucosio radioattivo) che emette un positrone nel momento in cui la radioattività decade. La macchina rileva i punti del corpo in cui il consumo di tracciante è maggiore, che corrispondono ai tessuti tumorali (i tumori hanno un metabolismo accelerato rispetto ai tessuti normali).

La scintigrafia utilizza invece un isotopo radioattivo che viene captato da alcuni organi (come la tiroide) o dalle ossa, e che è in grado di imprimere una normale lastra radiografica. Le zone “illuminate” sono quelle in cui è presente una metastasi.





Ultimo aggiornamento gennaio 2008




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