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Cura

Reparti oncologici a misura di nonno

Un anziano con una malattia invalidante come il cancro ha bisogno di ricevere un’assistenza speciale anche durante la delicata fase del ricovero

Una società come la nostra, che invecchia in maniera costante - una persona su cinque oggi ha più di 65 anni e saranno una su tre nel 2050 - non può permettersi di trascurare dal punto di vista medico e sociale gli anziani o limitarsi a trattarli come dei “vecchi adulti”. Servono, in tutti i settori, attenzioni particolari che tengano conto delle caratteristiche delle persone in là con gli anni, per garantire loro una buona qualità di vita.

E l’oncologia non fa certo eccezione dal momento che il 64 per cento dei 300.000 nuovi casi di tumore che si registrano ogni anno in Italia riguarda gli over 65. Se fino a qualche anno fa il destino di una persona anziana, specie se malata di tumore o di altra patologia cronica, era spesso quello di venire ‘parcheggiata’ in un letto di ospedale per lunghi periodi, oggi la situazione è cambiata. Il merito è in parte delle nuove norme sui finanziamenti alle strutture ospedaliere che hanno portato a un taglio dei posti per i ricoveri a lungo termine, ma anche, e soprattutto, di un cambio di mentalità da parte di medici e operatori sanitari che hanno preso coscienza del fatto che queste persone hanno problemi specifici e si sono resi conto che il modello di assistenza classico, basato sul ricovero, da solo non può bastare.

Una volta curata la fase acuta della malattia con un intervento chirurgico o un ciclo di chemio o radioterapia, inizia infatti una fase molto lunga e delicata che coinvolge sia il malato sia i suoi familiari. Servono dunque nuove idee e nuovi modelli di assistenza per accompagnare il paziente anche fuori dalla corsia dell’ospedale. “L’ esperimento iniziato all’Istituto Palazzolo della Fondazione Don Gnocchi su pazienti trattati con chemioterapia in ricovero e in day-hospital nell’ambito di un programma di oncologia geriatrica, rappresenta una novità sostanziale per l’Italia dove ancora non esiste questa stretta collaborazione tra geriatri e oncologi” afferma Monfardini. Il progetto, che contempla la degenza, ma anche la riabilitazione (è assai difficile trattare pazienti anziani con chemioterapia senza terapia di supporto e riabilitazione) si propone di seguire il paziente durante tutte le fasi della malattia, quindi anche fuori dall’ospedale, e per questo motivo è in corso la creazione di una rete di contatti con le ASL e i medici di base, senza escludere la possibilità di visitare il paziente a domicilio se necessario.

“La peculiarità del nostro progetto è quella di avere sempre come obiettivo primario la qualità della vita del paziente anziano: prima, durante e dopo la cura del tumore. Per questo abbiamo deciso di trasferire l’oncologia medica in un ambiente geriatrico (come già avviene in altre parti del mondo) aggiungendo anche la possibilità di fare riabilitazione oncologica geriatrica” conclude Monfardini.

L’OSPEDALE A CASA

Quando si parla di assistenza a un anziano malato di cancro, la sfida più difficile è senza dubbio quella di riuscire a organizzare una rete di servizi per sostenere e aiutare la persona anche dopo le dimissioni dal reparto ospedaliero. Le ASL offrono dei servizi di assistenza domiciliare che però a volte non sono sufficienti, ma possono essere integrati dai familiari, con l’aiuto delle associazioni di volontariato, per raggiungere l’obiettivo finale di garantire le cure migliori senza fare ricorso al ricovero in ospedale.

Da queste premesse e dall’esperienza dell’Unità operativa di geriatria dell’ospedale Galliera di Genova è nato, qualche anno fa, uno dei primi progetti di ospedalizzazione domiciliare in Italia. Da questo esperimento è nato il piano di ospedalizzazione territoriale di cui possono godere oggi i cittadini del capoluogo ligure, non solo quelli malati di tumore. In pratica si tratta di trasferire l’ospedale al domicilio e di mettere a disposizione dell’anziano malato una vasta gamma di risorse stabilite in base alle esigenze della persona, una sorta di abito cucito su misura.

Innanzitutto il servizio punta sulla figura del medico di medicina generale per arrivare su tutto il territorio. Inoltre coinvolge infermieri professionali, che forniscono l’assistenza specializzata, ma anche operatori che si prendono cura di bisogni meno ‘clinici’, ma estremamente importanti come, per esempio, quello dell’igiene personale del malato. Ecco cosa succede quando un paziente si rivolge ai servizi di assistenza domiciliare integrata (ADI), disponibili presso molte ASL d’Italia: una équipe specializzata (medico, infermiere professionale, assistente sociale e terapista della riabilitazione) valuta la situazione e prepara un piano di assistenza personalizzato che copre tutti i bisogni dell’anziano, non solo quelli più strettamente medici. A questo punto il piano viene discusso anche con il malato e la sua famiglia e viene poi applicato alla vita di tutti i giorni.

Il medico di medicina generale assume il ruolo di responsabile clinico del paziente, mentre gli specialisti dell’ospedale sono disponibili per le consulenze, se necessario, e coordinano gli aspetti pratici legati, per esempio, ad appuntamenti e controlli richiesti dal medico che segue l’anziano. Infine, grazie all’intervento dei servizi sociosanitari del comune, si organizzano tutte le altre figure, dal fisioterapista per la ginnastica alla preparazione dei pasti, se necessario.

Il prezzo del ricovero

Ricoverare un paziente in ospedale è senza dubbio costoso, ma in alcuni casi è inevitabile: non si può certo eseguire in ambulatorio un intervento sul fegato o sul polmone. Quando però il paziente è anziano, si corre il rischio di appoggiarsi alla struttura ospedaliera anche se non è strettamente necessario, ma semplicemente perché è più comodo o perché familiari e amici del malato si sentono più sicuri o non hanno il tempo di accompagnarlo in ambulatorio per eseguire un esame.

Si entra dunque in un meccanismo che, secondo i dati dell’Osservatorio della Terza età, genera enormi sprechi: 18 milioni di giorni trascorsi inutilmente nei letti di ospedale dai pazienti con più di 70 anni, praticamente una spesa di quasi 6 miliardi di euro nelle ipotesi più ottimistiche. Per invertire questa tendenza al ‘ricovero facile’, che pesa economicamente sulle singole Regioni, è necessario innanzitutto sviluppare una rete di servizi efficiente che garantisca, per esempio, un’assistenza domiciliare completa o un servizio di riabilitazione adatti alle esigenze di chi ha qualche anno in più.

Un angelo custode che li segue fino a casa

Ha preso il via in quattro Regioni italiane (Lazio, Veneto, Toscana e Sicilia) la fase sperimentale del progetto Codice Argento, presentato nei primi mesi del 2009 presso il ministero del Welfare. Si tratta di dare il via a una serie di interventi per far sì che il paziente anziano ricoverato sia trattato nel modo più corretto, secondo le sue reali necessità, e che non perda la propria autosufficienza una volta uscito dall’ospedale. In sintesi il progetto può essere diviso in tre parti: la formazione del personale, il codice argento in pronto soccorso e l’angelo custode (o case manager).

Chi si occupa degli anziani deve infatti essere in grado di utilizzare e gestire tutti gli strumenti oggi disponibili per valutare il paziente e per curarlo al meglio e il raggiungimento di questo obiettivo deve avvenire con corsi di formazione specifici che ancora mancano nel nostro Paese. Il codice argento è invece una sorta di ‘corsia preferenziale’ da attivare in pronto soccorso di fronte a una persona anziana: tiene conto non solo della gravità della malattia, ma anche degli aspetti di fragilità che sono propri di chi è più in là con gli anni.

Questo nuovo codice è estremamente importante perché la valutazione iniziale spesso influenza in modo positivo o negativo tutto il restante percorso di cura. Infine, il progetto prevede una nuova figura di operatore sanitario al fianco dell’anziano che non sta bene, il case manager. Il compito di questa persona è quello di seguire il malato durante il ricovero in ospedale e di organizzare al meglio il rientro a casa tenendo presente non solo la storia clinica, ma anche le condizioni sociali ed economiche in cui l’anziano vive.




Ultimo aggiornamento giugno 2011




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