Cura

Over 65, curarli senza PREGIUDIZI

L’oncologia geriatrica si occupa di quei pazienti, sempre più numerosi, che hanno bisogno di cure che tengano in conto le variabili dovute all’età.

Ogni anno, in Italia, si verificano circa 250 mila nuovi casi di tumore. Di questi, più del 60 per cento si scopre in persone di oltre 65 anni e, dato l’andamento attuale della demografia dei Paesi più sviluppati, la percentuale è destinata ad aumentare.

Già oggi, del resto, l’incidenza del cancro è strettamente connessa con l’età: il rischio di sviluppare una neoplasia dopo i 65 anni è infatti circa quaranta volte più alto rispetto a quello di quando si ha un’età compresa tra i 20 e i 44 anni, ed è circa quattro volte quello medio della fascia d’età che va dai 45 ai 64.

Il cancro si potrebbe dunque anche definire una malattia tipica della vecchiaia. Ma la scoperta e la terapia di un tumore in un ultrasessanticinquenne pongono immediatamente sul piatto una serie di questioni assenti in un individuo più giovane, perché l’anziano, spesso, è già affetto da altre patologie, non di rado croniche, assume vari farmaci che possono costituire un ostacolo per le cure anticancro, è depresso, talvolta non in grado di intendere pienamente o non autosufficiente.

Tanti gli Elementi da considerare

Oltre a questi problemi, poi, ci sono enormi ostacoli di tipo sociale e culturale: fino a pochissimi anni fa i malati over 65 non vivevano abbastanza per trarre giovamento da un terapia antitumorale, e si riteneva – e purtroppo ancora oggi molti lo pensano – che curare un anziano ‘non valesse la pena’.

Tutti gli studi più affidabili effettuati negli ultimi anni dimostrano invece l’esatto contrario: che le cure funzionano, allungano la vita e ne migliorano la qualità. A patto, però, che siano opportunamente calibrate e che nel programma terapeutico vengano tenuti nella giusta considerazione anche tutti gli elementi che caratterizzano la salute e la malattia della terza età, compresi quelli sociali, la condizione e la volontà della famiglia, l’educazione del malato, i suoi sentimenti nei confronti della malattia e della cura.

Tutto ciò richiede un enorme impegno da parte dei medici coinvolti, che non possono essere soltanto gli oncologi, o soltanto i geriatri
con una specializzazione, ma devono essere riuniti in team multidisciplinari che prevedano anche la presenza di riabilitatori, terapisti del dolore, infermieri, farmacisti, personale per l’assistenza domiciliare, nutrizionisti, psicologi e altro ancora.

Un problema di ricerca

Silvio Monfardini, direttore della Divisione di oncologia medica dell’Istituto oncologico del Veneto di Padova, da molti anni in prima fila nella battaglia per dare all’oncologia geriatrica la posizione che merita e che richiede, così spiega quali sono i fondamenti scientifici della necessità di una disciplina a sé: “Fino a non molto tempo fa, quando si decideva di curare un anziano malato di cancro, lo si faceva in modo empirico, adattando, per lo più solo sulla base dell’esperienza del singolo, protocolli che erano stati messi a punto in sperimentazioni cliniche che per definizione escludevano coloro che avevano più di 65 anni e che, di solito, per esigenze metodologiche, non avevano altre malattie.

Questo approccio poteva avere varie conseguenze: terapie somministrate in dosi sbagliate per eccesso o per difetto, interazioni tra diversi farmaci, maggiore tossicità dovuta al funzionamento non ottimale del cuore, del metabolismo epatico o di quello renale, rinuncia ingiustificata a cure efficaci e così via. Nell’ultimo decennio invece, sono partite le prime ricerche di base (per esempio sul funzionamento di certi enzimi che devono metabolizzare i farmaci) e le prime sperimentazioni cliniche di protocolli di cura o di diagnosi dedicate a questi pazienti così complessi. Inoltre si analizzano dati provenienti da grandi archivi, dai quali si possono trarre conclusioni valide a livello generale. Ciò ha avuto immediate ricadute nella pratica medica di tutti i giorni, e ha contribuito a mettere in risalto una serie di problematiche specifiche, delle quali oggi non si può ignorare l’esistenza nell’impostazione del programma di cura”.

Tutto infatti dipende, spiega l’oncologo, da come il malato viene inquadrato: non solo per quanto riguarda la patologia oncologica, ma per tutto ciò che caratterizza la sua condizione. “Per tenere nella giusta considerazione tutte le variabili cliniche, negli anni Novanta è stata introdotta la cosiddetta valutazione geriatrica multidimensionale o VGM, ossia un programma nel quale si inseriscono tutti i dati medici riguardanti l’anziano al fine di capire non solo da che tipo di tumore è affetto, ma se è in grado o meno di affrontare una cura, e di prevedere quali possono essere le conseguenze di un certo provvedimento come, per esempio, un intervento chirurgico o una restrizione dietetica.

Le VGM permettono di suddividere i pazienti in categorie che, grosso modo, si rifanno a tre gruppi principali: i sani (ovviament escluso il tumore, ovvero quelli che possono essere trattati come gli individui al di sotto dei 65 anni), i vulnerabili (cioè quelli per i quali è richiesta una maggiore attenzione ma la cui condizione non costituisce, di per sé, un ostacolo alla cura) e i fragili (cioè coloro che sono in condizioni così precarie che la cosa migliore da fare è approntare un piano di terapie di supporto e, se necessarie, del dolore). In questo modo è possibile calibrare al punto giusto l’intervento, evitando il rischio di tossicità eccessive, ma anche quello di non somministrare una terapia a chi può trarne un reale beneficio.

La stesura di una VGM prevede il contributo di diversi specialisti i quali, ognuno per la sua parte, mettono in risalto i punti critici, in modo da formulare, alla fine, una programma completo e personalizzato”. Quest’ultimo prevede anche una serie di interventi non direttamente connessi con la situazione oncologica, ma altrettanto importanti, come sottolinea Monfardini: “Diversi studi hanno dimostrato per esempio che l’anemia, una condizione assai comune tra gli anziani e aggravata dalle cure anticancro, può diminuire l’effetto della terapia e la stessa sopravvivenza. Allo stesso modo se un anziano non è alimentato nel modo giusto o non è assistito psicologicamente se ne ha necessità, le conseguenze possono essere molto gravi. Per questo, quando si stabilisce un programma di terapia, è necessario indagare a fondo e capire anche se il malato è in grado di assumere i farmaci, nutrirsi, spostarsi in maniera autonoma: in caso contrario, è necessario approntare un piano che includa anche questo tipo di aiuto”.

Sono necessari cambiamenti radicali

L’organizzazione attuale della sanità, sottolinea l’esperto, non è in grado di gestire situazioni già molto complesse, e per questo è necessario che muti la stessa struttura dell’assistenza sanitaria: “È auspicabile che aumenti il numero di unità operative e di istituti dedicati esclusivamente a questi malati e che, a livello nazionale ed europeo, vengano al più presto istituite vere e proprie agenzie che armonizzino gli interventi e rendano i finanziamenti per la ricerca, oggi veramente esigui, più consoni alle grandi sfide che ci aspettano via via che la popolazione invecchia.

Accanto a ciò è indispensabile che i giovani medici ricevano una formazione specifica, multidisciplinare, perché oggi non è più accettabile che la qualità della cura dipenda, per il malato anziano, dal caso, cioè dal fatto che abbia o meno la fortuna di imbattersi in medici che hanno esperienza e che applicano i principi che abbiamo appena descritto.

In fin dei conti oggi tutti ci stupiremmo se un bambino malato di cancro fosse affidato alle cure di un oncologo non pediatrico. Perché un settantenne che necessita di una terapia anticancro non dovrebbe ricevere il trattamento da un oncologo geriatra?”


Le lacune da colmare
La Società italiana di oncologia geriatrica (SIOG), principale società scientifica del settore, consapevole delle grandi lacune che restano ancora da colmare per poter definire interventi la cui efficacia sia stata dimostrata con metodi scientifici, ha dato vita a vere e proprie task force, ognuna dedicata a un argomento specifico. L’elenco definisce, a grandi linee, i settori che richiedono ancora molti studi prima che si possa arrivare a definire linee guida univoche e validate con sperimentazioni ad hoc. Tra questi spiccano la chirurgia (che deve essere commisurata alla resistenza dell’organismo invecchiato), l’adattamento delle dosi della chemioterapia nell’anziano, ma anche gli aspetti culturali, che vanno rivisti alla luce dei progressi della scienza.

Un’associazione di oncologia per la terza età
Consapevole dei grandi ritardi culturali che condizionano tutto ciò che riguarda la malattia oncologica nell’anziano, Silvio Monfardini, insieme ad altri esperti del campo, ha fondato, nel 2004, l’Associazione italiana di oncologia della terza età (AIOTE), il cui presidente è Guido Rossi. Fino dalla sua nascita l’AIOTE (della quale Monfardini stesso è direttore scientifico) si
è prefissa uno scopo: quello di promuovere una maggiore consapevolezza sull’emergenza anziani e sulla malattia oncologica negli over 65 non solo tra tutti gli operatori coinvolti, ma anche tra i malati e i loro familiari. A tal fine pubblica ogni mese un giornale on-line (sul sito: www.aiote.org), che prevede anche aggiornamenti settimanali dedicati principalmente a uno dei grandi temi dell’oncologia geriatrica e che ha visto, nei suoi due anni di vita, l’intervento di numerosi esperti non solo medici ma anche filosofi, economisti, manager della sanità, antropologi, politici, epidemiologi, medici di medicina palliativa e così via. Oltre a ciò AIOTE organizza corsi di formazione per giovani medici che vogliano acquisire un’esperienza specifica, promuove incontri, pubblica libri e revisioni dei principali articoli scientifici della letteratura.




Ultimo aggiornamento gennaio 2007






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