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Cura

Melanoma: come combatterlo con il sistema immunitario

Per il tumore cutaneo più temibile ci sono novità importanti provenienti dai gruppi di ricerca italiani finanziati da AIRC

Nel passato il melanoma era considerato un tumore raro: veniva identificato in non più di 1-2 persone l’anno ogni 100.000 abitanti. Negli ultimi 20 anni ha triplicato la sua frequenza, seppure con notevoli variazioni in rapporto alle popolazioni interessate. In Italia colpisce attualmente ben 13 persone l’anno ogni 100.000 abitanti, e spesso viene diagnosticato in fase avanzata, quando le possibilità di cura sono minori.

Così come il tumore, però, anche la ricerca ha fatto grandi passi avanti e ha ottenuto, specie di recente, risultati notevoli in termini di cura e aumento della sopravvivenza. I gruppi di ricerca italiani sono molto attivi in questo ambito, come dimostrano alcuni traguardi recenti.

RISVEGLIARE I NATURAL KILLER

I ricercatori dell’Università di Catanzaro Magna Graecia hanno appena scoperto un meccanismo attraverso il quale l’organismo riconosce le cellule maligne di melanoma e interviene attivando il sistema immunitario. “È ormai chiaro che il sistema immunitario gioca un ruolo importante in tutti i tumori, ma in particolare nel melanoma” spiega Ennio Carbone, che ha diretto lo studio insieme a un gruppo del Brabaham Institute di Cambridge, grazie anche a un finanziamento di AIRC.

“Quello che abbiamo capito è che quando una cellula maligna di melanoma arriva in un linfonodo, viene attaccata da una famiglia di linfociti chiamati Natural Killer (NK) e, in situazioni ottimali, eliminata prima che possa dare luogo a metastasi a distanza”. Risvegliare l’attività delle cellule NK è quindi una strategia terapeutica vincente: usare le armi stesse dell’organismo per combattere la malattia. “Un meccanismo simile è alla base del funzionamento dei cosiddetti vaccini antitumorali, usati soprattutto nel melanoma” spiega Carbone. “Si tratta, in realtà, di sostanze provenienti dal tumore stesso che stimolano la risposta immunitaria”. La scoperta di Carbone è importante soprattutto per i pazienti con forme avanzate della malattia, nelle quali l’asportazione chirurgica non è sufficiente perché il tumore è già arrivato ai linfonodi.

Dimostrare che è possibile risvegliare le cellule NK anche in pazienti con metastasi linfonodali amplia infatti le indicazioni alle terapie immunologiche in questo tipo di cancro. “Il nostro lavoro ha permesso di identificare due proteine che si legano ai recettori che a loro volta risvegliano l’attività delle NK. Questo significa che abbiamo trovato due elementi chiave per produrre nuove terapie basate sulla stimolazione del sistema immunitario” conclude Carbone. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Clinical Investigation e permette quindi di comprendere con precisione il meccanismo con cui i linfociti NK inseguono ed eliminano le cellule tumorali.

STUZZICARE LE DIFESE

Nell’attesa che nuove sostanze direttamente attive sui linfociti NK siano a disposizione dei pazienti, una strategia efficace sembra essere la combinazione tra chemioterapia e induzione della risposta immunitaria grazie ai vaccini antitumorali, come ha dimostrato uno studio condotto, anche grazie a fondi AIRC, da Paola Nisticò ed Enrico Proietti dell’Istituto Regina Elena di Roma. “Abbiamo verificato che somministrare ai pazienti un farmaco chiamato dacarbazina prima di fare il vaccino potenzia gli effetti di quest’ultimo” spiega Nisticò.

In pratica la chemioterapia viene fatta 24 ore prima delle 10 dosi di vaccino. Andando a verificare la risposta del sistema immunitario, gli oncologi romani hanno scoperto che è molto maggiore nei pazienti pretrattati rispetto a quelli che ricevono il solo vaccino. I ricercatori hanno identificato una precisa finestra temporale entro la quale la chemio si rivela utile: “Nelle ore successive alla cura si verificano alcuni cambiamenti nelle cellule tumorali che le rendono più facilmente riconoscibili dal sistema inmmunitario” spiega ancora Nisticò.

Inoltre è noto che la dacarbazina agisce anche a livello genetico, aumentando l’attività di 138 geni e diminuendo quella di altri 176. “È probabile che fra i 138 geni che vengono attivati ci siano anche quelli che favoriscono la risposta immunitaria” conclude l’esperta.

Parziale assoluzione per il sole

Chi ha tanti nei sulla pelle è a rischio di sviluppare un melanoma indipendentemente dalla latitudine in cui abita. Lo afferma un recente studio, pubblicato sull’International Journal of Cancer e condotto da un gruppo di epidemiologi britannici dell’Università di Leeds, che ha messo in relazione il numero di nei sulla pelle con il rischio di ammalarsi in persone di diversi Paesi del mondo, scoprendo che non importa tanto il tipo di sole al quale si è esposti, ma la propria costituzione fisica e genetica. Ciò smentisce alcune ipotesi precedenti, secondo le quali in aree in cui l’irraggiamento solare è molto intenso e diretto il rischio aumenta indipendemente dal numero di macchie che si hanno sulla pelle. E per capire se una lesione è benigna o maligna un aiuto potrebbe venire dalla genetica. Un gruppo di scienziati dell’Università della California ha identificato cinque geni che sono iperattivi nel melanoma ma non all’interno dei nei innocui. In caso di dubbi all’esame istologico, lo studio genetico potrebbe fornire la risposta definitiva ed evitare da un lato un eccesso di cure inutili, dall’altro una pericolosa sottovalutazione della gravità della malattia.




Ultimo aggiornamento giugno 2009




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