Maurizio, tumore al polmone

"Non ho più un polmone e mi manca la partita di calcetto con gli amici, ma la vita continua e la mia famiglia è tornata a sorridere"

Con l'aiuto dei medici, Maurizio ha superato le terapie e un intervento per guarire da una seria forma di tumore al polmone e ora ha di nuovo il suo lavoro e le sue passioni.

maurizio-polmoneHo sempre lavorato tanto. Gestire un'edicola è un'attività impegnativa e anche al di fuori delle ore lavorative non mi fermavo mai: il calcetto, il tennis, lo sci, persino le immersioni. Così quando nel luglio del 2009, a 57 anni, cominciai a sentirmi stanco e spossato diedi la colpa all'afa milanese e al troppo stress.

Pensai che le imminenti vacanze al mare mi avrebbero rimesso in sesto, ma non fu così. Durante il soggiorno in Sardegna bastava anche una piccola salita per farmi venire l'affanno e quando, alla fine, rientrai a Milano, avevo la febbre e una brutta tosse.

Una semplice visita di routine fece capire al medico che avevo un versamento di liquido a livello di un polmone, per cui mi furono prescritti subito esami più specifici. Mi rivolsi al Policlinico di Milano, dove una TC mostrò una massa di 9x11 centimetri a livello del polmone destro. Le analisi successive ne rivelarono la natura: tumore.

All'Istituto nazionale tumori di Milano riuscirono a dare un nome più preciso alla mia malattia: carcinoma sarcomatoide. In mezzo a tutti quegli esami mi sentivo frastornato e non capivo bene cosa mi stesse succedendo. Faticavo a respirare, tossivo in continuazione e perdevo sangue, perciò dovettero con urgenza drenarmi il liquido dal torace. Mi spiegarono che il carcinoma andava asportato, ma che non era possibile farlo subito poiché era troppo grosso e premeva sul cuore; occorreva rimpicciolirlo e per farlo serviva la chemioterapia. In tre mesi feci quattro cicli di cure della durata di una settimana ciascuno. Fu un periodo sfiancante: la perdita di peso, le nausee, la stanchezza e il continuo entrare e uscire dall'ospedale mi provarono sia fisicamente sia psicologicamente.

Cercai, però, di non darlo troppo a vedere. Capivo che mia moglie e le mie figlie, pur cercando di farmi forza, erano spaventate. Io, tra alti e bassi, cercavo di affrontare il tumore giorno per giorno, con una forza inattesa, risvegliatami dalla malattia, mentre la mia famiglia si sentiva spesso impotente e soffriva forse più di me. Quel difficile periodo, però, non fu vano. Il tumore si rimpicciolì e fu possibile operarmi. I medici dell'Istituto nazionale tumori mi asportarono l'intero polmone destro nel febbraio del 2010 e, dopo una settimana, ritornai a casa. Ci volle tempo per riprendermi, ma finalmente a maggio ripresi a lavorare e, gradualmente, ricominciai a vivere. Con un polmone in meno la mia vita non è più esattamente quella di prima, ma alle partite di calcetto non ho rinunciato. Ora faccio l'arbitro e sono qui a raccontare la mia esperienza, anche grazie a medici meravigliosi che non mi hanno mai fatto mancare le cure e il sostegno umano.

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