Lucilla, osteosarcoma

"Ho capito la felicità delle piccole cose"

Una mattina a scuola, giocando con i compagni, prende una botta al ginocchio, ma non ci fa neanche caso. Passerà. E invece non passa...

ero una bambina che entrava nel gioco della vitaÈ dura quando hai 11 anni e d'improvviso capisci che il gioco cambia e ti rende diversa dagli altri.

Nel 1990, dopo diverse 

ero una bambina che entrava nel gioco della vita 2analisi fatte al Policlinico di Roma, vedo lo sguardo di mamma e papà cambiare. Mi dicono che devo andare a Bologna per vedere un grande medico. Ironia della sorte, a Bologna ci tornerò anni dopo, per studiare medicina all'Università.

Mi dicono poi che si tratta di osteosarcoma e che per le cure avrei dovuto intervallare mesi di ospedale a brevi rientri a casa, mi dicono di essere forte perché non avrei potuto andare a scuola, avrei dovuto interrompere la danza classica, avrei perso i capelli, avrei dovuto restare a letto per giornate intere con una siringa al braccio. Mi sembra un incubo. Ma devo ringraziare i miei genitori che mi sono sempre stati vicino: mia mamma che non mi ha abbandonato un giorno, mio papà che faceva la spola tra Roma e Bologna. E devo ringraziare l'équipe di medici e infermieri del Rizzoli di Bologna, le maestre con cui facevo qualche lezione in corsia per non restare troppo indietro, i compagni e le compagne.

Ricordo anche tante ore vuote,di attesa, che occupavo soprattutto leggendo e scrivendo, perché al Rizzoli veniva redatto un giornalino interamente scritto dai bambini ricoverati.

ero una bambina che entrava nel gioco della vita 3Dopo diversi cicli di chemioterapia vengo operata: mi tolgono l'ultima parte del femore, una ventina di centimetri di lunghezza, salvaguardando al massimo il tessuto sano. Al suo posto mettono un tratto di femore prelevato dalla "Banca delle Ossa" presente proprio a Bologna. Poi altri controlli medici, altri cicli di chemioterapia e, per un anno, fisioterapia tutti i giorni, per tornare a muovere bene la gamba e il ginocchio. Dopo un anno i medici verificano che la fusione tra il mio femore e l'osso innestato non è perfetta. E è la volta di un altro intervento, in cui vengono utilizzati dei frammenti di osso prelevati dalla mia anca. Dopo un po' - nel 1993 - in uno dei controlli scoprono una metastasi polmonare: altro ricovero, altro intervento. Intanto finisco le medie e mi iscrivo al liceo classico, ma non è semplice andare in classe con le stampelle, il tutore, senza capelli.

Dopo tanti anni dall'ultimo intervento conduco una vita del tutto normale: devo giusto stare un po' attenta nello scegliere gli sport, perché ho un rischio maggiore di rompere gamba e ginocchio. A volte mi guardo indietro e penso che la malattia mi ha tolto alcune cose, ma ne ha date altre. Ho capito molto di più la felicità che danno le piccole cose, quando anche una passeggiata diventa una conquista. E quando mi sembra che lo stress e i problemi di tutti i giorni mi travolgano, mi capita di ripensare alla mia lotta contro il cancro. E tutto trova la sua giusta dimensione, nella scala delle priorità.

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