Cristian, linfoma non Hodgkin

"Aiutateli a lavorare!"

Guarire da una grave malattia significa anche capire l'importanza della ricerca e impegnarsi a sostenerla

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Fino a diciotto anni non me la sono sentita di parlare della mia malattia. La parola "cancro" fa sempre paura e da adolescente non sopportavo l'idea che la mia storia potesse suscitare sentimenti di compassione.

Crescendo invece mi sono accorto di avere tanto da dare e di quanto l'esperienza vissuta da piccolo, e di cui allora non ero forse pienamente consapevole, avesse poi improntato tutta la mia vita in maniera diversa.

Avevo otto anni quando un insistente mal di pancia si rivelò provocato da un linfoma non Hodgkin in fase ormai avanzata. Di quel periodo ricordo soprattutto il sorriso del personale. Ma anche la compagnia dei parenti che venivano a giocare a carte con me e, soprattutto, la costante presenza di mia madre e di mio padre, a cui l'azienda per cui lavorava consentì di prendersi tutto il tempo che voleva pur di non lasciarmi mai solo.

Il calore di tutte queste persone riscaldava gli ambienti dell'ospedale, allora grigi e freddi, mentre oggi le pareti sono ricoperte da decorazioni colorate a fumetti.

È cambiata anche la sorte dei bambini colpiti dalla mia stessa malattia. Allora solo uno su dieci ce la faceva, oggi il 70 per cento guarisce grazie ai progressi della medicina.

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È per questo che mi arrabbio quando vedo quanto sia difficile scegliere la strada della ricerca in Italia e sono grato ad AIRC che la sostiene. Offro volentieri la mia disponibilità quando mi chiedono di dare la mia testimonianza, ma credo sia stato ancora più importante convincere una giovane ricercatrice scoraggiata a non mollare, per il bene di tanti malati come sono stato io.

Io che rido, scherzo, vado in montagna e in barca a vela, ma quando ho visto un laboratorio brulicare di scienziati al lavoro per sconfiggere il cancro, allora sì che non ho saputo trattenere una lacrima di commozione.

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