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Storie di speranza

Lucilla 26 anni
Osteosarcoma

Appena prima di Natale, una mattina a scuola gioca con i compagni, cade, prende una botta al ginocchio. Non ci fa neanche caso. Passerà, come sempre. E invece non passa...

È dura quando hai 11 anni, sei una bambina che ha appena cominciato a divertirsi nel gioco della vita, e d’improvviso capisci che il gioco cambia, e che il gioco nuovo non è bello per niente, e ti fa soffrire, e ti fa diversa dagli altri coetanei, e non capisci perché le cose siano cambiate così in fretta.

Nel 1990 Lucilla Ticcari abita in una bella casa a Roma, ha due genitori che le vogliono bene, un fratello maggiore, Michele, che l’adora, va bene a scuola, ha un sacco di amiche, è brava in danza classica. Appena prima di Natale, una mattina a scuola gioca a spintoni con i compagni, cade, prende una botta al ginocchio. Non ci fa neanche caso. Passerà, come sempre. E invece non passa. Il dolore rimane. Ma quando va a farsi vedere dal medico, Lucilla si sente ancora la protagonista di una fiaba. Le fanno una radiografia, il medico la fa vedere ai suoi genitori e spiega che è meglio fare qualche altro controllo, c’è una strana ombra tra il femore e il ginocchio.

Mesi di ospedale e brevi rientri a casa


Ho capito molto di più la felicità
che danno le piccole cose,
quando anche una passeggiata
diventa una conquista.

E Lucilla fa le altre analisi al Policlinico di Roma. I genitori non le dicono nulla, non vogliono certo preoccuparla parlando di un possibile tumore alle ossa, chissà poi che razza di malattia è un tumore. Ma lo sguardo di mamma e papà è cambiato, e poi c’è da andare a Bologna, a farsi vedere da un grande medico, ed è solo un’intuizione, ma di colpo Lucilla percepisce che forse la sua fiaba si sta trasformando in qualcosa di diverso. «Mi avevano diagnosticato un osteosarcoma», spiega Lucilla, che oggi ha 24 anni, sta benone e, ironia della sorte, a Bologna è tornata, ma per studiare all‘Università, dove è arrivata al quinto anno di medicina, forse non un caso anche la scelta della facoltà. «L’osteosarcoma, lo avrei saputo molto più tardi, è un cancro che colpisce un centinaio di persone all’anno in Italia, quasi sempre in età adolescenziale.

Il tessuto tumorale si forma nella parte interna delle ossa e poi si espande, conquista spazio verso l’esterno, togliendolo alle cellule sane. I medici non fecero tanti giri di parole per dirmi cosa mi aspettava: dovevano curarmi, dovevo aspettarmi mesi di ospedale intervallati da brevi rientri a casa, dovevo essere forte perché avrei sentito del dolore, perché non avrei potuto andare a scuola, perché dovevo interrompere la danza classica, perché avrei perso i capelli, perché avrei dovuto restare a letto per giornate intere con una siringa al braccio. Mi sembrava di vivere un sogno, forse un incubo. Da un lato ero quasi contenta di saltare la scuola, dall’altra ero sconcertata, non capivo cosa mi stava succedendo, avevo paura. E devo ringraziare i miei genitori che mi sono sempre stati vicini, mia mamma che non mi ha abbandonato un giorno, mio papà che faceva la spola tra Roma e Bologna. E devo ringraziare l’équipe dei medici e degli infermieri del Rizzoli di Bologna, le maestre con cui facevo qualche lezione in corsia per non restare troppo indietro, i compagni e le compagne di un’avventura che nessuno aveva scelto di fare. C’era chi la prendeva meglio, chi peggio, e con alcuni siamo rimasti in contatto per anni, perché si era stabilita una complicità tutta speciale. Ricordo anche tante ore vuote, tante ore di attesa, che io occupavo soprattutto leggendo e scrivendo, perché al Rizzoli veniva redatto un giornalino interamente scritto dai bambini ricoverati».

Ora conduco una vita del tutto normale

«Dopo diversi cicli di chemioterapia», continua Lucilla, «venni operata a maggio. Un’operazione lunga 7-8 ore, un intervento innovativo, fatto per la prima volta su una bambina della mia età: mi tolsero l’ultima parte del femore, una ventina di centimetri di lunghezza, salvaguardando al massimo il tessuto sano. Al suo posto misero un tratto di femore prelevato dalla “Banca delle Ossa” presente proprio a Bologna. Tutto finito? Per niente. Altri controlli medici. Altri cicli di chemioterapia e, per un anno, fisioterapia tutti i giorni, per tornare a muovere bene la gamba e il ginocchio. Mi vedevo tutti i giorni con il fisioterapista ed era nato un rapporto speciale: ogni volta lui sapeva che mi avrebbe fatto male e io sapevo che avrei sentito male. Dopo un anno i medici verificarono che la fusione tra il mio femore e l’osso innestato non era perfetta. E via un altro intervento, in cui vennero utilizzati dei frammenti di osso prelevati dalla mia anca. Dopo un po’ - era il 1993 - in uno dei controlli scopersero una metastasi polmonare: altro ricovero, altro intervento. Intanto avevo finito le medie, mi ero iscritta al liceo classico, ma non era proprio semplice andare in classe con le stampelle, il tutore, senza capelli».

«Era dura per me, ma era dura anche per i compagni», ricorda Lucilla. «Alcuni non erano proprio preparati ad affrontare il dolore, la malattia. Sono anni in cui ho imparato a conoscere meglio le persone, a capire chi mi vuole veramente bene e chi finge per convenzione. Ora sono passati dieci anni dall’ultimo intervento, sono guarita, conduco una vita del tutto normale: devo giusto stare un po’ attenta nello scegliere gli sport, perché ho un rischio maggiore di rompere gamba e ginocchio. Ma ho praticato l’aikido, un’arte marziale, e la scorsa estate sono stata in Africa, con l’Università. A volte mi guardo indietro e penso che la malattia mi ha tolto alcune cose, ma ne ha date altre. Prima di stare male ero sicuramente un po’ più stupida. Dopo ho capito molto di più la felicità che danno le piccole cose, quando anche una passeggiata diventa una conquista. E quando mi sembra che lo stress e i problemi di tutti i giorni mi travolgano, mi capita d’istinto di ripensare alla mia lotta contro il cancro. E tutto, come d’incanto, trova la sua giusta dimensione, nella scala delle priorità».








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